Mastro Titta, noto per essere er boja de Roma

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«Il 28 marzo 1797, mazzolai e squartai in Valentano Marco Rossi, che aveva ucciso suo zio e suo cugino per vendicarsi della non equa ripartizione fatta di una comune eredità». Così inizia la storia di Giovanni Battista Bugatti, detto Mastro Titta, in arte er boja de Roma. La fredda biografia ci riporta la nascita in quel di Senigallia nel 1779 e la morte a Roma nel 1869.

Tra l’inizio e la fine della propria vita si rese protagonista della morte di 514 persone: il 17 agosto 1864 il suo datore di lavoro, Pio IX, gli concesse la pensione con un vitalizio mensile di 30 scudi. Calcolando che in vita il suo stipendio si aggirava sui 15 scudi mensili, più alloggio e sussidio mensile di 5 scudi, e che la morte arrivò 5 anni dopo il pensionamento, possiamo affermare con tranquillità che le casse dello stato Pontificio non piansero per le sue prestazioni e il suo vitalizio. Occorre ricordare che ad ogni esecuzione riceveva un pagamento simbolico determinato in un papetto: si trattava di una moneta d’argento usata nello Stato della Chiesa, del valore di 2 paoli o di 20 baiocchi. Fu coniata dai regnanti papali nel periodo compreso tra Benedetto XIV e Pio IX. Il termine papetto si riferisce al fatto che sulla moneta vi era l’effigie del pontefice regnante. La sua carriera iniziò in tenera età il 22 marzo del 1796, a quell’epoca Bugatti aveva 17 anni. La certezza del numero delle esecuzioni si può determinare con precisione, chirurgica direi, dal taccuino nel quale Mastro Titta registrava, con meticolosa precisione, le generalità delle vittime, il luogo e il genere dell’esecuzione. Non scordava di segnare il crimine commesso dal giustiziato per sua mano. La sua meticolosità contiene un piccolo errore: il Bugatti registrò 516, dimenticando che due persone, uno squartato dall’aiutante e l’altro fucilato, non perirono a causa delle sue prestazioni. Nei periodi d’inattività dalla forca svolgeva il mestiere di venditore di ombrelli, sempre a Roma. Il boia viveva all’interno della cinta muraria del Vaticano, sulla riva destra del Tevere nel rione Borgo. Tra il pubblico delle esecuzioni, spesso, si celava Giuseppe Gioacchino Belli: dedicò diversi sonetti a Mastro Titta. Tra questi anche Il ricordo. Il sonetto fu composto nel 1830 e narra dell’impiccagione di Antonio Camardella, colpevole dell’uccisione del canonico socio in affari Donato Morgigni: peccato che l’esecuzione sia avvenuta nel 1749 e non all’epoca del Bugatti. Il fatto che Belli decise di utilizzare la figura di Mastro Titta per narrare un evento lontano dal tempo, ci permette di comprendere, se ancora ce ne fosse bisogno, quale fama circondava il boia ancora giovane di vita e carriera. Riporto integralmente il testo del sonetto.
«Il giorno che impiccarono il Camardella io mi ero appena cresimato.
Mi sembra adesso, che il padrino al mercato
mi comprò un “saltapicchio” e una ciambella. 
Mio padre prese poi la carozzella,
ma prima volle “godersi” l’impiccato:
e mi teneva in alto sollevato,dicendo: 
«Guarda la forca quant’è bella!». 
Tutt’a un tratto, al “paziente”, 
Mastro Titta appioppò un calcio in culo, e il papà a me
uno schiaffone sulla guancia con la destra. 
«Tieni!», mi disse,
 «e ricordati beneche questa stessa fine sta già scritta
per mille altri che sono meglio di te». »
La giustizia com’era organizzata al tempo delle esecuzioni capitali? Le autorità papali, dopo un rifiuto delle idee francesi, dovettero prendere atto che il modo di pensare e di agire stava cambiando: si andava nella direzione della semplificazione del sistema giudiziario. Cambiano le modalità di pena di morte ed alcune novità entrano in vigore nelle carceri. Ultimo aspetto, ma non secondario, la lenta ma graduale scomparsa dei birri – che erano delinquenti assoldati per effettuare arresti: più ne facevano più guadagnavano – per lasciare spazio ai carabinieri.
In questo nuovo mondo Mastro Titta si muoveva a suo agio, tranne che per un aspetto da non sottovalutare: egli viveva sulla riva destra del Tevere, zona adatta all’epoca dei fatti a persone di dubbia moralità, e poteva attraversare il ponte solo per eseguire il suo lavoro di boia. Passava su ponte di Castel Sant’Angelo con il lungo mantello rosso: alla visione di questa scena i romani potevano comprendere che quel giorno un altro poveraccio avrebbe lasciato questo mondo. Prima di attraversare il ponte, il boia seguiva un copione ben collaudato: si confessava, si comunicava e si vestiva con il classico mantello rosso. I luoghi delle esecuzioni potevano essere Piazza del Popolo, Campo dei Fiori o Piazza del Velabro.
Le condanne a morte erano eseguite di fronte ad un folto pubblico. Tra questi spettatori, attirati non sappiamo da quale perverso sentimento, si celavano, oltre al citato Belli, altri letterati che hanno costruito pagine bellissime che resteranno nell’immaginario della nostra civiltà. Tra questi vorrei ricordare Lord Byron e Charles Dickens. Erano gli anni del Gran Tour in Italia, ed una scappata a Roma per le esecuzioni gli illustri letterati non potevano perdersela.

Lord Byron scriveva all’amico editore John Murray: «La cerimonia – compresi i preti con la maschera, i carnefici mezzi nudi, i criminali bendati, il Cristo nero e il suo stendardo, il patibolo, le truppe, la lenta processione, il rapido rumore secco e il pesante cadere dell’ascia, lo schizzo del sangue e l’apparenza spettrale delle teste esposte – è nel suo insieme più impressionante del volgare rozzo e sudicio new drop e dell’agonia da cane inflitta alle vittime delle sentenze inglesi. » Lord Byron scriveva queste parole nel 1813, agli inizi della carriera del Bugatti.
Per leggere le righe di Dickens dobbiamo attendere il finire dell’attività lavorativa di Mastro Titta. Assistette ad un’esecuzione in via dei Cerchi, agli inizi degli anni sessanta del 1800, scrivendo: «Uno spettacolo brutto, sudicio, trascurato, disgustoso; che altro non significava se non un macello, all’infuori del momentaneo interesse per l’unico disgraziato attore. »
Non solo stranieri ma anche nostrani personaggi noti. Massimo d’Azeglio, nelle pagine de I miei ricordi, scrisse: « In una gabbia di ferro stava il cranio imbiancato dal sole e dalle piogge di un celebre malandrino
Mastro Titta non dispiegò la propria arte solo per gli occhi increduli dei romani, o dei ricchi letterati stranieri che giungevano nelle italiche terre, ma anche per i cittadini d’alcune città laziali. Tra queste occorre ricordare Tivoli dove le condanne a morte erano eseguite in Piazza Domenico Tani, o Subiaco.
Di questo periodo complesso della nostra storia cosa rimane?
Sicuramente il mantello scarlatto utilizzato da Mastro Titta durante le esecuzioni, ben conservato al Museo Criminologico di Roma, e il ricordo dell’ultimo sovrano dello Stato Pontificio, Pio IX, il cui papato è durato ben 31 anni e 7 mesi, attestandosi alle spalle del solo Pietro.
Parlando di Pio IX, che pensionò Mastro Titta, si ricorda la proclamazione a beato del 2000: questa è un’altra, lunga e dolorosa, pagina della nostra storia.
Fabio Casalini

BIBLIOGRAFIA

Lanfranco Cesari, Mastro Titta: giustizie eseguite dal carnefice romano nell’Umbria papalina, Foligno, 1998Charles Dickens, Lettere dall’Italia a cura di Lucio Angelini; Milano, Lampi di stampa, 1999

Livio Iannattoni, Mastro Titta. Boja de Roma, 1984

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