La liberazione di Mussolini dalla prigione del Gran Sasso

Tempo di lettura: 11 minuti

La pazza estate del 1943 inizia alla fine di luglio. Il 25 fu votato l’ordine del giorno Grandi all’interno del Gran Consiglio del Fascismo.  Dobbiamo ripercorrere velocemente i fatti storici antecedenti per comprendere l’accaduto: gli alleati erano sbarcati in Sicilia, con la famigerata operazione Husky, Roma era stata bombardata ed i gerarchi dubitavano della capacità di Mussolini di continuare a governare il paese.
Il capo però incuteva timore, e molto, perciò tutti si limitavano a parlare e tramare: tramava il Re, tramavano in Vaticano, tramavano i tedeschi e persino i gerarchi da sempre fedeli a Mussolini. Lo stesso decise di convocare il gran consiglio nella notte tra il 24 e il 25 di luglio. Ricordo che dal lontano 1939 non era convocato il Consiglio. Lo convocò sapendo delle trame oscure dei suoi fedeli, o almeno così potevano chiamarsi sino a quel giorno.
«Ebbene, convocherò il Gran Consiglio. Si dirà in campo nemico che si è radunato per discutere la capitolazione. Ma l’adunerò.»
Queste le parole con le quali Mussolini avallò le richieste dei gerarchi.
Mussolini intervenne aprendo i lavori confidando che “solo Stalin, Hitler e il Mikado possono ordinare di resistere sino all’ultimo uomo. Io no, perché gli italiani non mi ascolterebbero”. Intervenne, successivamente, Dino Grandi presentando il suo ordine del giorno in cui chiedeva l’esautorazione del Duce e il passaggio di poteri al Re. Occorre ricordare che Mussolini aveva anticipatamente visionato il documento, potendo contare le firme in calce e capacitandosi che qualora fosse stato messo in votazione sarebbe stato approvato a maggioranza. Si susseguirono interventi sino alla votazione finale: 19 favorevoli, 7 contrari e un astenuto. Mussolini era caduto.
La mattina seguente telefonò alla Casa Reale per chiedere un incontro con il Re.
L’udienza fu anticipata alle 17 del giorno stesso rispetto il lunedì seguente, 26 luglio.
Alle 17 in punto si presentò, in abiti borghesi come richiesto dal ministro della Real Casa, al cospetto del Re: i resoconti ci riportano un colloquio rapido e incolore. Il Re comunicò la decisione di sostituire Mussolini con Badoglio rassicurando che la sua persona e la famiglia non avrebbero corso rischi. La trappola attendeva il Duce al cancello d’ingresso della dimora reale: fu arrestato e caricato su un’ambulanza che lo condusse alla caserma dei carabinieri di via Gallonio.

Per tutta la giornata fu mantenuto riserbo sull’accaduto. Solo alle 22,45 la radio interruppe le trasmissioni per diramare un comunicato: « Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo ministro, Segretario di Stato di Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini, ed ha nominato Capo del Governo, Primo ministro, Segretario di Stato, il Cavaliere, Maresciallo d’Italia, Pietro Badoglio. »
Alla lettura del comunicato seguirono i proclami del Re e di Badoglio, che disse: « […] La guerra continua. L’Italia duramente colpita nelle sue Provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni […] »
Nel paese i fascisti erano scomparsi.
Al diffondersi delle notizie non vi fu nessuna reazione nella popolazione.
I gerarchi fascisti si rincorrevano nel giurare fedeltà al Re, e al nuovo capo del governo Badoglio.
L’Italia si avviava a vivere un’estate di guerra e bombardamenti, rallegrata dalle note delle canzoni di Gino Bechi e Alberto Rabagliati. Una s’intitolava Cantando con le lacrime agli occhi, la seconda Vieni, c’è una strada nel bosco.
Nessuno poteva immaginare quante persone avrebbero cercato di seguire quella strada nel bosco.
Liberi dalla censura di regime i giornalisti impazzirono di gioia e, nonostante i bombardamenti durissimi su Milano e Genova, La Spezia e Napoli, gli italiani correvano ad acquistare il giornale per leggere le ultime notizie di cronaca rosa. I racconti di Claretta e Bibi scaldarono i cuori di quella pazza estate del 1943.
La censura era scomparsa?
Gli italiani si dilettavano nella nascente cronaca rosa mentre i morti delle rivolte delle Officine Reggiane, di Bari e di Torino furono dimenticati, non sappiamo quanto volutamente. Ricordo che, appena dopo l’avvento del governo Badoglio, fu dichiarato che « è vietato riunirsi in gruppi di più di tre persone », e nel caso d’agitazioni popolari i militari avevano l’ordine « di fare fuoco ad altezza d’uomo».
Nel frattempo Mussolini dove era nascosto?
L’alleato Hitler cosa tramava?
«Prima di tutto liberate il mio amico » queste le parole del Fuhrer.

Non sappiamo quanto sia leggenda e quanta realtà la volontà di Hitler di attaccare Roma con bombardamenti a tappeto; sappiamo della ferma decisione di liberare Mussolini. Grazie al libro Memorie del Terzo Reich, del ministro Albert Speer, possiamo conoscere lo stato d’animo del dittatore tedesco: « non c’era gran rapporto in cui Hitler non chiedesse che fosse fatto tutto il possibile per ritrovare l’amico disperso. Diceva di essere oppresso giorno e notte dall’angoscia».
La sera del 26 luglio Hitler convocò, presso la Tana del lupo, 6 ufficiali scelti tra tutte le forze armate per effettuare un’operazione segreta. A queste persone chiese se conoscessero l’Italia e cosa pensavano degli italiani. Uno di loro, Otto Skorzeny, disse: «io sono austriaco».
Hitler congedò gli altri e s’intrattenne con il maggiore Skorzeny. In quelle ore nacque l’operazione che avrebbe portato alla liberazione di Mussolini. Il maggiore austriaco doveva operare agli ordini del generale Student in collaborazione con il maggiore delle SS Herbert Kappler, capo della polizia tedesca a Roma.
Operazione Quercia era il nome in codice dell’impresa che un Fuhrerbefehl – ordine del Fuhrer – affidava a Skorzeny.
Il problema principale, per i tedeschi, era quello di trovare Mussolini.
L’amico del Fuhrer dov’era?
In quella pazza estate del 1943 i nostri servizi segreti riuscirono, lungamente, a menare per il naso i servizi tedeschi. Tra le informazioni che fecero circolare vi era quella che Mussolini, colpito da infarto, si trovasse in una clinica dell’Italia settentrionale. Una seconda informazione, chiaramente errata, dava Mussolini arruolato come soldato semplice. Ma se uno stato deve guardarsi dall’amico che può divenire nemico, i tedeschi dovevano guardarsi bene dal capo delle SS, Heinrich Himmler, che inviò un dispaccio a Student dov’era riportato che i suoi astrologi sostenevano che il Duce era nascosto in un luogo circondato dalle acque: come se l’Italia non affondasse nelle acque del Mediterraneo.

Le ricerche, serie, del luogo nel quale fosse nascosto Mussolini portarono i tedeschi a cercarlo a Ponza, poi a La Spezia infine all’Isola della Maddalena, dove il governo italiano lo aveva trasferito per la mancanza dei requisiti minimi di sicurezza della prigione di Ponza. Nel momento in cui Skorzeny fu informato del luogo in cui si teneva nascosto Mussolini, si lanciò con una squadriglia di motosiluranti alla conquista dell’isola della Maddalena: fatica inutile il Duce era stato trasferito a Campo Imperatore sul Gran Sasso. Skorzeny preoccupato delle conseguenze che quell’atto di guerra avrebbe provocato, fu costretto a simulare il mancato sbarco come una visita di cortesia e, anche, ad accettare l’invito del comandante della base, ignaro degli eventi, ad un pranzo ufficiale organizzato per ricambiare la cortesia.
La caccia al Duce si concluderà solo il 12 settembre, quattro giorni dopo la firma dell’armistizio tra Badoglio e gli alleati, sul Gran Sasso.
L’operazione scattò alle 3,00 del 12 settembre, quando una colonna di mezzi motorizzati agli ordini del comandante Mors si mosse alla volta d’Assergi. Alle ore 12,30 era previsto il decollo di 10 alianti. Il passaggio nelle zone delle operazioni d’alcuni bombardieri alleati fece anticipare di qualche minuto la partenza dei mezzi alati tedeschi. Skorzeny era aggregato all’operazione ma con l’obbligo di non esercitare il grado.
Il primo a dare l’allarme sul Gran Sasso fu il carabiniere Gravetto: « Eccoli, arrivano!». Nei secondi successivi al grido d’allarme si affacciarono alle finestre il comandante dei carabinieri Friola e l’ispettore della PS Giuseppe Gueli. Dopo l’uscita dei carabinieri dall’edificio anche Mussolini si scorse dalla finestra pronunciando queste parole: « Che sta succedendo? Sono forse inglesi? ». Gli rispose il maresciallo Antichi: «No Eccellenza, sono tedeschi». Mussolini disse: «Ci mancavano anche loro! Questo proprio non ci voleva». Da 4 giorni l’Italia era nel caos, l’esercito allo sbando, il Re e Badoglio fuggiti a Brindisi ammucchiati insieme a generali e ministri sulla torpediniera Baionetta. Mussolini sul Gran Sasso? Se ne preoccupavano solo Gueli e Faiola, i quali ottennero come risposta alle continue richieste d’informazioni circa il comportamento da mantenere un laconico: «Comportarsi con la massima prudenza».
La scena della liberazione del Duce non ha nulla d’eroico, da nessuna parte si guardi. Gli italiani colti di sorpresa, ricordando gli ordini enigmatici provenienti dal Viminale, non reagirono. Non fu sparato nessun colpo. In 12 minuti tutto era finito. Skorzeny corse in direzione di Mussolini dicendo: «Il mio Fuhrer mi ha mandato a liberarvi. Siete Libero!». Mussolini abbracciò il nazista, che scopriremo nei prossimi articoli essere un gran fanfarone avendo vissuto alle spalle di questa non eroica operazione nella Spagna franchista, dicendo in tedesco: «Sapevo che il mio amico Hitler non mi avrebbe abbandonato». Nei momenti successivi Mussolini ed i suoi liberatori posarono per l’operatore dell’Ufa, il cinegiornale tedesco. Due ore dopo sul prato di Campo Imperatore atterrò l’aereo che avrebbe consentito al Duce di arrivare a Pratica di Mare, per poi fare rotta verso Monaco ed incontrare Hitler.
Le operazioni di decollo furono difficoltose: il pilota pregò i carabinieri di trattenere l’apparecchio per le ali mentre forzava il motore. Fu accontentato e finalmente l’aereo decollò portando quel carico speciale a destinazione.
Possiamo incolpare i carabinieri di non aver reagito?
E’ necessario ricordare che nei momenti seguenti all’atterraggio dei veicoli tedeschi apparve anche la sagoma del generale italiano Fernando Saleti, catturato la sera prima per essere utilizzato come ostaggio. Alla vista del generale Mussolini disse: «Non sparate, non vedete che è tutto in ordine? C’è un generale italiano!».
Nessuno perse la vita a Campo Imperatore. Ad Assergi persero la vita due militari italiani. Queste due persone non si sottrassero al dovere di difendere la Patria. La prima persona a perdere la vita fu la guardia forestale Pasqualino Vitocco, che aveva cercato di avvisare i carabinieri circa la presenza della colonna motorizzata tedesca e fu ucciso da una raffica di mitragliatrice. La seconda vittima fu il carabiniere Giovanni Natali, guardiano della stazione intermedia della funivia, che visti arrivare i tedeschi aveva tentato una reazione ma era stato colpito a morte. Le testimonianze e i documenti stridono con la ricostruzione fatta da più parti dove si parla d’eccidio. Vitocco era in uniforme: fu ucciso in seguito al non rispetto dell’intimazione dell’alt. Natali ingaggiò scontro a fuoco con le truppe tedesche. Questi eventi risultano chiaramente dai rapporti dei carabinieri d’Assergi, i quali escludono violenze dei tedeschi su civili, militari o cose. L’uccisione dei due militari italiani rientra nelle operazioni di guerra.
La responsabilità della liberazione non è da ascrivere ai carabinieri e militari italiani rimasti senza indicazioni precise. Le responsabilità andrebbero cercate tra le persone stipate come sardine sulla torpediniera Baionetta.
Vitocco e Natali furono tra i pochi che cercarono di difendere l’onore della nostra amata-odiata Patria in quella pazza estate del 1943, dove in pochi giorni i nemici diventarono amici e gli amici nemici da sconfiggere.
Alla loro memoria è dedicato quest’articolo.
Fabio Casalini

BIBLIOGRAFIA

  • Vincenzo Di Michele, Mussolini finto prigioniero al Gran Sasso, Curiosando Editore, 2011
  • Marco Patricelli, Liberate il Duce, Milano, Mondadori, 2002
  • Marco Patricelli, Settembre 1943 – I giorni della vergogna, Roma, Laterza, 2009
  • Arrigo Petacco, La storia ci ha mentito. Mondadori, 2014
  • John Weal, Operation Oak – The rescue of Mussolini, in International Air Power Review, vol. 8, 2003

CONDIVIDI

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su pinterest
Condividi su whatsapp
Condividi su email

COMMENTI

ARTICOLI CORRELATI

Le nostres storie direttamente nella tua mailbox