L’abbazia di Viboldone

L’abbazia di Viboldone fu fondata nella 1176 e completata dall’ordine degli Umiliati nel 1348. L’ordine degli Umiliati fu uno dei molti movimenti spirituali sorti in contrasto ai costumi rilassati e alla ricchezza, diffusa ed ostentata dal clero, promuovendo un ritorno alla vita austera.

Gli Umiliati tentarono di stabilire un nuovo stile di vita per tutti, proponendo modelli restrittivi rispetto alla quotidianità diffusa al tempo. Promossero diverse leggi che avevano lo scopo di proibire le spese di lusso per l’abbigliamento e le leggi suntuarie che furono adottate in tutte le città-stato italiane a partire dal XIV secolo.
La casa più importante fu l’abbazia di Viboldone, nell’immediata periferia di Milano. Verso la metà del XIII secolo, il moltiplicarsi dell’orientamento mendicante indirizzò il Papa verso posizioni restrittive. Risalgono a quel tempo le limitazioni sancite agli Umiliati per quanto concerne la predicazione, uno dei capisaldi della nascita del movimento. 
La fine del movimento era scritta.
Nel XVI secolo la Controriforma tentò di scoraggiare movimenti religiosi come gli Umiliati che, secondo coloro che vollero la risposta alla Riforma, potevano scivolare facilmente nell’eresia. Gli Umiliati furono accusati di calvinismo. L’ordine entrò in contrasto con quel sant’uomo del Carlo Borromeo: le sue posizioni portarono Gerolamo Donato, detto il Farina, ad armarsi d’archibugio ed archibugietto e tentare alla vita del cardinale venuto da Arona. Sappiamo che il colpo fallì, ma il solo tentativo comportò una dura reazione. L’ordine fu soppresso il 7 febbraio del 1571 con una bolla di Pio V. Ricordo che il Farina, i prevosti Girolamo e Lorenzo da Caravaggio, rei confessi sotto dura tortura, furono condannati a morte.
Dopo l’avvenuta soppressione dell’ordine degli Umiliati, l’abbazia passò ai Benedettini Olivetani, successivamente soppressi dal governo austriaco e costretti ad abbandonare l’abbazia.
Il tempo corre.
Giungiamo al 1940 quando Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano dal 1929 al 1954, offrì l’abbazia ad una comunità di religiose separatasi dalla congregazione delle Benedettine di Priscilla. Il monastero delle benedettine fu eretto il 1 maggio 1945. Le monache si dedicarono alla produzione di confetture.
Vorrei ricordare alcuni frammenti della vita d’Ildefonso Schuster: dopo la caduta della Repubblica sociale Italiana, promosse un incontro in arcivescovado tra Mussolini e i rappresentanti partigiani, nel tentativo di evitare altri spargimenti di sangue. Propose altresì a Mussolini di fermarsi in arcivescovado sotto la sua protezione, per poi consegnarsi agli alleati. Il 29 aprile del 1945, dopo la fucilazione di Mussolini e degli altri gerarchi fascisti, informo il comitato di liberazione nazionale che egli stesso avrebbe dato la benedizione alle salme “perché si deve aver rispetto di qualsiasi cadavere”. Dobbiamo ricordare che l’anno precedente, il 10 agosto del 1944, dopo la fucilazione di 15 partigiani per mano dei tedeschi, l’arcivescovo scrisse all’ambasciatore tedesco chiedendo la rimozione dei cadaveri, altrimenti sarebbe andato lui stesso a trasportare i corpi.
L’attrazione principale dell’abbazia è rappresentata dai magnifici affreschi presenti al suo interno.
La decorazione pittorica ci fu restituita alla fine del XIX secolo, dopo centinaia d’anni di copertura da una mano di scialbo. Gli affreschi testimoniano la ricchezza raggiunta dall’ordine Umiliato nel Trecento.
L’inizio della decorazione si attesta al 1349, data leggibile nella fascia sottostante l’affresco del tiburio, Madonna in maestà e santi. Ai lati della Madonna sono visibili san Bernardo da Chiaravalle, Sant’Ambrogio, san Giovanni Battista e l’arcangelo Michele. Sulla parete che fronteggia la Maestà e santi si attesta un grandioso Giudizio Universale. Al centro si trova la figura di Cristo avvolto nella mandorla, verso di lui convergono due schiere di beati e dannati dalle pareti laterali. Sopra stanno schiere d’angeli in abbigliamento militare. L’affresco è attribuito a Giusto de’ Menabuoi: di probabile formazione giottesca, fu pittore alla corte dei Da Carrara. Trascorse la gioventù in Toscana, formandosi probabilmente nella cerchia di Maso di Banco. Dal 1348 la sua attività si svolse in Lombardia e a Padova.
Tornando al giudizio universale, siamo lentamente ma inesorabilmente attratti dalla composizione alla nostra sinistra: in quel luogo troviamo i dannati, trascinati da un fiume di fuoco verso uno stagno di fuoco. Al centro una figura mostruosa inghiotte ed evacua i dannati: dalle orecchie escono serpenti che afferrano corpi d’uomini e donne. Intorno alla figura mostruosa troviamo la rappresentazione dei peccati.
Il caos s’impadronisce della scena.
La paura attanagliava i sensi.
La bibbia per tutti doveva svolgere questa funzione.
La rappresentazione del giudizio universale copre la bellezza del restante apparato decorativo dell’abbazia. Nella prima campata possiamo trovare una crocifissione e storie della vita di Cristo, di maestranze probabilmente lombarde. Il ciclo della storia di Cristo inizia con l’annunciazione e termina con la Pentecoste. In tutto sono 14 eventi che accompagnano il nostro guardare.
Nella seconda campata troviamo i simboli dei quattro evangelisti in quello che comunemente è chiamato tetramorfo. Nell’intradosso dell’arco ritroviamo rappresentati i profeti. Questi affreschi sono databili tra il 1370 e il 1380.
L’ultimo affresco su cui si vorrebbe soffermare l’attenzione è una Madonna con bimbo in trono tra santi di Michelino da Besozzo, databile alla fine del Trecento.
In conclusione un ricordo dell’apporto dei Benedettini Olivetani: nel 1697, nella seconda campata, fu raffigurato un San Carlo Borromeo mentre guarisce una donna con una semplice benedizione. Gli Olivetani erano devoti e stimavano il cardinale, forse anche per il dono ricevuto?
Il luogo simbolo dell’ordine degli Umiliati, soppressi per volere del Sant’Uomo, deve portare la sua effige a perenne ricordo di quel sopruso.
Fabio Casalini

Bibliografia

Giuseppe Bardone, L’Abbazia di Viboldone, Piazza Scala, 2015.
Lunari, M., Appunti per una storiografia sugli Umiliati tra Quattro e Cinquecento in Sulle tracce degli Umiliati, a cura di M. P. Alberzoni, A. Ambrosioni, A. Lucioni, Milano, Vita e pensiero, 1997
Oreste Clizio, Gerolamo Donato detto il Farina l’uomo che sparò a san Carlo. Edizioni La Baronata, la Cooperativa Tipolitografica Editrice 1998

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