La chiesa cattolica e la salvezza, non spirituale, di Erich Priebke

Tempo di lettura: 10 minuti

«Mio padre è morto nella prima guerra, mio fratello anche, io ero stufo della guerra e non avevo qualcuno da cui ritornare. Volevo solo mettere in salvo me e la famiglia. L'aiuto venne da un padre francescano, no, non ricordo il nome. Ci disse: per la Germania non posso fare niente, ma se vi accontentate dell'Argentina posso aiutarvi. Dissi di sì».
Priebke Erich morì a Roma il giorno 11 dell’ottobre del 2013.
I giorni successivi alla morte l’incredulità toccò i massimi livelli quando il suo legale, Paolo Giachini, annunciò l’esistenza di un video-testamento, politico ed umano secondo il capitano delle SS, in cui rivendicava con orgoglio il suo passato nazista. Ricostruiamo la vicenda che riguarda Erich Priebke.
Nato a Hennigsdorf, cittadina tedesca a nord di Berlino, Priebke fu cresciuto da uno zio a causa della prematura dipartita dei suoi genitori. Nel 1933 aderisce al partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi e, nel 1936, entra a far parte della Gestapo.[1]
Grazie alla sua conoscenza della lingua italiana nel 1941 fu inquadrato come interprete presso l’ambasciata tedesca a Roma. Nel 1942 divenne capo della sezione Gestapo di stanza a Brescia e, nel 1943, fece rientro a Roma con il grado di capitano delle SS sotto il diretto comando di Herbert Kappler. [2][3]
Per tutto il periodo della seconda guerra mondiale Priebke rimase in Italia per partecipare al coordinamento delle strategie che il Terzo Reich avrebbe dovuto adottare nella Penisola. Dopo l’armistizio dell’otto settembre 1943 la Wehrmacht assunse il controllo di Roma. [4]
Il tempo non lo possiamo fermare, dobbiamo avanzare per comprendere.
23 marzo 1944: 17 partigiani dei gruppi di azione patriottica (GAP), guidati da Rosario Bentivegna, fecero esplodere una bomba in Via Rasella a Roma durante il passaggio di una colonna di militari tedeschi. La bomba, collocata in un carretto da spazzini, esplose uccidendo, sul colpo, 33 soldati dell’Undicesima Compagnia del Reggimento di Polizia Bozen. L’unità militare squartata dall’ordigno era composta per la maggior parte da militari di lingua tedesca provenienti dal Sud Tirolo. [5]
Il bilancio finale dell’attentato fu di 42 militari deceduti e di alcuni feriti tra i civili presenti al momento dell’esplosione.
La rappresaglia non poteva attendere.
La stessa sera del 23 marzo il colonnello Herbert Kappler ed il comandante della Wehrmacht, Kurt Malzer, proposero un’azione di rappresaglia consistente nella fucilazione di 10 italiani ogni militare ucciso nell’esplosione. Il suggerimento dei due ufficiali consisteva nell’eliminazione dei detenuti in attesa della condanna a morte presso le carceri gestite dai Servizi Segreti.
Il coinvolgimento di Hitler nella vicenda è ancora oggi di complessa analisi: da una parte si racconta che appresa la notizia volesse ordinare la distruzione totale di Roma, dall’altra che perse presto interesse per la vicenda romana delegando ai suoi comandanti la decisione sulla rivalsa nei confronti degli autori dell’attentato. Qualunque fosse la decisione di Hitler, il Maresciallo Kesselring la interpretò come un appoggio incondizionato alla proposta di rappresaglia. [6]
Il 24 marzo 1944 i militari della Polizia di Sicurezza agli ordini del capitano delle SS Erich Priebke e del capitano Karl Hass, radunarono 335 civili italiani nei pressi di una serie di grotte alla periferia di Roma, sulla Via Ardeatina.
Le fosse Ardeatine furono scelte per eseguire, in segreto, la rappresaglia e per occultare i cadaveri delle vittime.
I condannati giunsero intorno alle 15 del 24 marzo e furono condotti a gruppi di cinque nelle grotte, dove furono trucidati con colpi alla nuca. Alla fine del massacro l’entrata della cava fu fatta esplodere.
Priebke racconta: «Sì, alle Fosse Ardeatine ho ucciso. Ho sparato, era un ordine. Una, due tre volte. Insomma, non ricordo, che importanza ha? Ero un ufficiale, mica un contabile. Non c’interessava nemmeno tanto la vendetta, a Via Rasella i militari morti erano del Tirolo, più italiani che tedeschi. Ma Kappler fu inflessibile, costrinse anche il cuciniere a sparare. Fucilammo cinque uomini in più. Uno sbaglio, ma tanto erano tutti terroristi, non era un gran danno.» [7]
Priebke e Hass dopo aver ricevuto l’ordine di selezionare personalmente le vittime tra i prigionieri condannati a morte, si accorsero che il numero non arrivava ai 330 necessari per rispettare le direttive della rappresaglia. Inclusero prigionieri arrestati per motivi politici, persone che avevano preso parte ad azioni della Resistenza, 57 prigionieri ebrei e civili che passavano per caso nelle vie di Roma. Le persone selezionate furono condotte all’interno della cava con le mani legate dietro alla schiena: gli ufficiali obbligarono i prigionieri a disporsi in file da cinque ed inginocchiarsi, uccidendoli uno ad uno con un colpo alla nuca. Priebke e Hass si accorsero che le persone selezionate erano 335 e non 330, ma per non compromettere la segretezza della strage li uccisero tutti. Alla fine dell’eccidio i comandanti ordinarono ai militari di chiudere l’entrata delle fosse Ardeatine per farla saltare con l’esplosivo.
Alla fine della guerra le autorità alleate processarono i responsabili, quelli che riuscirono a trovare, dell’eccidio delle Fosse Ardeatine.
1945: un tribunale inglese processò i generali Von Mackensen e Malzer condannandoli a morte. Il ricorso in appello si concluse con la riduzione della pena. Nel 1952 Von Mackensen fu liberato mentre Malzer morì in prigione.
1947: un tribunale inglese condannò a morte il maresciallo Kesselring. Nel 1952 lo stesso gerarca nazista ottenne la grazia.
1948: un tribunale italiano condannò Kappler all’ergastolo per il ruolo svolto nell’eccidio. Nel 1977, grazie all’aiuto della moglie, il gerarca nazista fuggì in Germania. Le autorità dello stato tedesco si rifiutarono di concedere l’estradizione per le condizioni di salute: l’anno seguente morì a causa di un cancro.
Sino a questo punto le informazioni sono quelle largamente conosciute, o almeno dovrebbero appartenere alla memoria collettiva.
Dall’elenco manca Erich Priebke.
Nel caso in cui la vostra indignazione fosse un torrente, ora potrebbe straripare.
Come riuscì ad eludere la giustizia alleata?
Quali persone lo aiutarono a trovare riparo nei paesi che si erano resi disponibili ad accogliere i gerarchi nazisti dopo la fine della guerra?
Chi di voi ha letto il precedente articolo, Biglietto per il Cile dove analizzavo la fuga di Walter Rauff, potrebbe immaginarlo: i sacerdoti della chiesa cattolica.
Ripercorriamo con attenzione i fatti: il 13 maggio del 1945 Priebke fu catturato e reso prigioniero a Bolzano insieme con altri ufficiali della compagnia guidata da Karl Wolff, comandante delle SS in Italia. Fu trasferito nel carcere di massima sicurezza di Ancona, luogo dove erano detenuti gli ufficiali indiziati di crimini di guerra. Nei mesi successivi conobbe dapprima il carcere di Afragola poi quello di Rimini. Il 31 dicembre del 1946 fuggì dal campo di Rimini, sfruttando le festività di fine anno, per riparare nel vescovado di Rimini.
Priebke racconta: «Eravamo detenuti in un campo inglese a Rimini. Prigionieri in 220, prima di lì ero stato detenuto ad Afragola e ad Ancona. Il 31 dicembre del 1946 abbiamo approfittato della fine dell’anno. Gli inglesi bevevano, facevano festa, e noi tedeschi siamo scappati in cinque: due ufficiali e tre sottufficiali. Erano le due di notte, faceva freddo. Ci siamo diretti verso il palazzo del vescovo, abbiamo bussato, ci hanno risposto che il vescovo non c’era, era in visita da qualche parte. Ci hanno indicato un convento. Non era una fuga comune, nel senso che ognuno di noi si considerava sciolto. Ci siamo divisi alla stazione di Bologna.» [8]
Data la situazione Priebke decise di riparare a Vipiteno, in Alto Adige, dove l’attendeva la moglie con i due figli. In questo luogo grazie all’assistenza di due preti cattolici, Joahnn Corradini e Franz Pobitzer, e al vicario generale della diocesi di Bressanone, Alois Pompanin, riuscì a ricevere il battesimo per divenire cattolico: indispensabile per l’aiuto offerto dai preti e loro superiori alla fuga in Argentina.
Priebke racconta: «Alla stazione ognuno è andato per conto suo […] io verso il nord, a Vipiteno, dove c’era mia moglie con i figli […] Ho pensato a tornare in Germania, ma a Berlino non avevo più famiglia, vivevamo nella parte est, dei parenti lontani non avevo più notizia. Mio padre è morto nella prima guerra, mio fratello anche, io ero stufo della guerra e non avevo qualcuno da cui ritornare. Volevo solo mettere in salvo me e la famiglia. L’aiuto venne da un padre francescano, no, non ricordo il nome. Ci disse: per la Germania non posso fare niente, ma se vi accontentate dell’Argentina posso aiutarvi. Dissi di sì».
Alois Pompanin, vicario generale della Diocesi di Bressanone, riuscì ad aiutare diversi gerarchi nazisti grazie alle conoscenze all’interno del comune di Termeno e nella Croce Rossa Internazionale. Tra i gerarchi aiutati a fuggire in Sud America anche Adolf Eichmann. [9]
Erich Priebke, grazie a documenti falsi ricevuti in seguito alla collaborazione tra appartenenti al clero ed al comune di Termeno, divenne un direttore d’albergo lettone di nome Otto Pape.
Il 13 settembre del 1948 fu ribattezzato dal parroco Johann Corradini su disposizione del vescovo di Bressanone Geisler, condizione necessaria per ricevere l’appoggio del Vaticano alla fuga nei paesi del Sud America che si erano resi disponibili ad accogliere i gerarchi nazisti.[10]

Il registro dei battesimi riporta: «Con riguardo all’accoglimento nella Chiesa cattolica del signor Priebke Erich, lo stesso viene battezzato per una seconda volta dal parroco Johann Corradini sub conditione.»[11]
Stabilitosi in Argentina, prima a Rio de La Plata ed in seguito a San Carlos de Bariloche, modificò nuovamente il nome in Erico Priebke.
In questo luogo ai piedi delle grandi montagne rimase per 50 anni, aprendo dapprima un negozio di alimentari ed in seguito divenne direttore della scuola Primo Capraro.
Al danno della fuga coperta dal Vaticano si aggiunge la beffa del saperlo direttore di una scuola.
Priebke non si limitò alla fuga in Argentina, tornò in Europa in diverse occasioni: nel 1978 in Germania per assistere al funerale di Kappler e nel 1980 per una vacanza nel Sud Italia.
Finalmente nel 1994 la troupe dell’emittente americana ABC riesce ad ottenere l’indirizzo dell’ex comandante dell’eccidio delle fosse Ardeatine a San Carlos de Bariloche.
La mattina del 6 maggio 1994 la troupe lo coglie all’uscita dalla scuola da lui presieduta.
Signor Priebke, Sam Donaldson della televisione americana. È lei Erich Priebke?
Il tedesco fuggito in Argentina con l’ausilio della Chiesa Cattolica risponde tranquillamente: “Si”.
L’estradizione, i processi, la morte, il funerale e il luogo di sepoltura sono storia recente.
NOTE
[1]La Geheime Staatspolizei (Polizia segreta di stato), abbreviata in Gestapo, era la polizia segreta della Germania Nazista.
[2]Le SS, abbreviazione di Schutz-staffeln o squadre di protezione, erano un’organizzazione paramilitare d’élite del partito nazista tedesco.
[3]Kappler fu un ufficiale tedesco delle SS, comandante della Gestapo a Roma. Morì a Soltau, città della Bassa Sassonia tedesca, nel 1978.
[4]Wehrmacht o forza di difesa è il nome assunto dalle forze armate tedesche durante la seconda guerra mondiale.
[5]Luoghi che sino al 1919 erano appartenuti all’Austria ma che, in seguito al trattato di St. Germain del 1919, passarono sotto il controllo dell’Italia sino al 1943, anno in cui furono occupati dalle forze naziste.
[6] Il Maresciallo Albert Kesselring era comandante in capo dell’Esercito tedesco schierato a Sud.
[7]Emanuela Audisio, articolo per la Repubblica del 12 ottobre 2013: Priebke muore a 100 anni e lascia un testamento shock
[8]Emanuela Audisio, articolo per la Repubblica del 10 maggio del 1994: il Vaticano mi aiutò a fuggire in Argentina
[9]Otto Adolf Eichmann è stato un funzionario tedesco considerato tra i maggiori responsabili operativi dello sterminio degli ebrei nella Germania nazista
[10]Alessandro Tortato, articolo per il Corriere del Veneto del 11 giugno 2010: il prete cortinese che fece fuggire Eichmann e Priebke
[11] Alessandro Tortato, articolo per il Corriere del Veneto del 11 giugno 2010: il prete cortinese che fece fuggire Eichmann e Priebke

BIBLIOGRAFIA

  • Emanuela Audisio, articolo per la Repubblica del 12 ottobre 2013: Priebke muore a 100 anni e lascia un testamento shock
  • Emanuela Audisio, articolo per la Repubblica del 10 maggio del 1994: il Vaticano mi aiutò a fuggire in Argentina
  • Robert Katz, Dossier Priebke: anatomia di un processo, Milano, Rizzoli, 1996
  • Gerald Steinacher, La Via Segreta dei Nazisti. Come l’Italia e il Vaticano salvarono i criminali di guerra, Milano, Rizzoli, 2010.
  • Alessandro Tortato, articolo per il Corriere del Veneto del 11 giugno 2010: il prete cortinese che fece fuggire Eichmann e Priebke

CONDIVIDI

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su pinterest
Condividi su whatsapp
Condividi su email

COMMENTI

ARTICOLI CORRELATI

Le nostres storie direttamente nella tua mailbox