La morte conduce la danza

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15_3 Filippo Spadoni
“Veramente io non credo in Dio, ma la faccenda non è così semplice, tutti portiamo un Dio dentro noi stessi, tutto forma una trama che ci pare a volte di riconoscere, soprattutto al momento della morte.”
(Ingmar Bergman, Lanterna magica)
“Je fis de Macabré la dans” scriveva nel 1376 Jean de Lèvre dopo essere miracolosamente scampato alla peste.
La Danza Macabra, risalente al tardo medioevo, nasce come tema iconografico collegato al pensiero apocalittico e al disprezzo verso la vita mondana, diffondendosi principalmente nel nord-Europa, la cui più antica rappresentazione si ritiene ubicata nel cimitero dei Santi Innocenti presso Parigi.
Come ormai sappiamo le decorazioni presenti nei luoghi di culto non sono mai casuali, ma ideate e strutturate principalmente per rendere comprensibili concetti anche a chi non era in grado di decifrare le sacre scritture, ed in questo specifico caso l’intento era intimorire appellandosi a credenze e memorie ancestrali.
Un ciclo di affreschi di eccezionale valore risalente ai primi del 1500 è presente nella chiesetta di Santa Maria in Binda nel comune di Nosate (Mi). Cittadina posta ad una manciata di chilometri dal confine piemontese di cui il Ticino fa da spartiacque tra le provincie di Novara e Milano.
La chiesetta di origine longobarda (VIII secolo ) isolata in un ambiente bucolico attorniato da prati e campi di grano ospita al suo interno qualcosa di davvero unico per queste zone.
Realizzata per mano del misterioso Giovanni Maria de Lione una danza macabra si dipana sulla parete inferiore sinistra ricordandoci mestamente che come la falce allinea il fusto nel campo grano così gli uomini al cospetto della nera signora sono tutti uguali; siano essi papi, medici o contadini.
Impaurire per indurre a riflettere e pensare. Si leggono punizioni rivolte ad ogni ceto sociale persino verso la corruzione del clero. Rimproveri ai danni di governanti troppo avari, a principi e re senza tralasciare il ferimento di poveri e mendicanti.
Il surreale corteo del ciclo pittorico permeato di angoscioso sarcasmo mi conduce ad una riflessione sulla fugacità della nostra esistenza permettendomi di osservare nella prima parte uno scheletro reggente un cassa da morto accanto alla figura di un Papa mentre poco più avanti un secondo scheletro iroso invita al ballo un cardinale purpureamente abbigliato.
Di seguito notiamo un vescovo ed un arcivescovo sempre “allegramente” affiancati dalle medesime carcasse d’ossa seguiti da un abate, un giovincello elegantemente vestito ed infine un prete benedicente in un ciclico ed eterno punto di contatto tra vita e morte.
Sette anime vive affiancate da sette scarne “ombre in dissoluzione” poste come uno specchio in cui ineluttabilmente saremo costretti a riconoscerci.
Sette, numero assai ricorrente nella simbologia cristiana e nella tradizione esoterica raffigurante il legame tra la sfera terrena e quella divina. In correlazione a ciò è interessante osservare la parete superiore ospitante la teoria delle sette madonne, dove per ogni madonna azzardo una corrispondenza con un personaggio ed uno scheletro della parete inferiore.
Non escludendo assolutamente che in passato il ciclo fosse molto più esteso, con probabilmente altre figure disposte lungo la parete, e focalizzandomi unicamente su ciò che i miei occhi sono oggi giorno in grado di apprezzare mi piace scrutare un po’ più in la, scavando tra i versi dell’Apocalisse di San Giovanni “E nella mano destra di Colui che sedeva sul trono vidi un rotolo scritto dentro e fuori, chiuso da sette sigilli”.
Senza dimenticare le “sette chiese” e “l’agnello con sette occhi e sette corna”.
Anche il cinema bergmaniano trova la sua collocazione tracciando una curiosa e singolare simmetria. E’ infatti ne “il settimo sigillo” che si assiste alla famosa partita a scacchi con la morte e alla ancor più rilevante scena dell’incontro tra il cavaliere e il pittore intento ad affrescare una danza della morte che “prima o poi danza con tutti”.
Sette sigilli. Sette angeli, sette trombe, sette candelabri, sette i partecipanti alla danza macabra.
Sorprendenti citazioni e numerose correlazioni mi fanno sobbalzare il cuore al cospetto di ciò che è silenziosamente custodito in questo quieto angolo di pianura.
Inevitabilmente sono indotto ad ulteriori considerazioni, ponendo a confronto questi anni frenetici farciti di corse al successo e finto benessere fermentato di gommosa bellezza come a voler occultare l’imbarazzo della dipartita.
In un contrasto netto il messaggio che gli antichi hanno suggellato nella fresca ombra di questo edificio traspare ancor più forte e doveroso.
Siamo ben consci che non si esce vivi dalla vita, e questa processione di morti pronta a scuotere la nostra coscienza è qui a rammentarcelo da più di 500 anni.

Mentre con timore ci affanniamo a porre rimedio ai peccati perpetrati, la mietitrice si aggiusta il trucco per recapitarci l’invito fissato al momento estremo dell’esistenza.
Un sibilo bianco irrompe in sogni già sognati come uno spiffero di tramontana in un alba spogliata di buio. L’anima indifferente venuta dai campi riarsi si cela dietro un volto ebbro e senza forma, camuffato da sorrisi irriverenti.
L’ombra sosta dietro il letto, poi in uno scatto fugge sugli alti cipressi più nera dell’odio. Lungo il perimetro accidentato dei giorni si diluiscono frammenti di ore e lontani lamenti. Cade una lacrima altissima e tra i rovi non resta che sterile polvere pronta a decantare tutta la nostra petulante nullità

BIBLIOGRAFIA

  • Pietro Vigo, Astorre Pellegrini. Le Danze macabre in Italia” , 1901
  • Salvatore M. Ruggiero. La Morte e Dio nel cinema di Ingmar Bergman, 2013

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