Uomini in gabbia. La lunga storia degli Zoo Umani

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Rinascimento epoca di luce, di magnifica produzione artistica e degrado morale, occorre ricordarlo. Nel corso del XVI secolo il cardinale Ippolito de Medici possedeva una collezione d’essere umani di diverse razze. Il cardinale si vantava di disporre d’uomini e donne di oltre venti diverse lingue: tartari, turchi, mori, indiani e varie etnie africane.[1] 

Il cardinale Ippolito de Medici precursore di quest’ignobile usanza – anche se occorre specificare che, con molta probabilità, altri prima di lui vollero dimostrare la superiorità di una certa etnia rispetto ad un’altra.
Ritengo il caso di introdurre alcune definizioni per meglio comprendere il seguito dell’articolo.
Iniziamo con la definizione di razza: raggruppamento d’individui che presentano un insieme di caratteri fisici ereditari comuni. Nel caso dell’uomo tali elementi si riferiscono a caratteristiche somatiche indipendenti dalla nazionalità, lingua o costumi.[2]
Questa definizione può considerarsi superata dall’evoluzionismo e dall’antropologia fisica.
Una seconda definizione è quella d’etnia: raggruppamento umano distinto da altri in conformità a criteri razziali, linguistici o culturali. [3]
La definizione può considerarsi superata grazie all’antropologia. Il concetto d’etnia potrebbe essere stato creato per motivazioni politiche tendenti a differenziare un gruppo piuttosto che un altro.
Il cardinale Ippolito non fu l’unico italiano precursore di quest’orrore umano: il tanto amato Cristoforo Colombo portò con se dei nativi americani, dai suoi viaggi, alla corte del Re di Spagna. Correva il 1493.[4]
Lo zoo umano nacque, in forma stabile, dal secolo XIX.
Il tempo corre e con lui la stupidità dell’uomo.
Una nuova epoca si affaccia.
Una nuova visione del mondo: l’imperialismo. In quest’ambiente si sviluppa il nuovo colonialismo, che consiste nell’azione dei governi di imporre la propria egemonia su altri paesi allo scopo di sfruttarli economicamente. I colonialisti assumono il controllo dei paesi conquistati e delle loro fonti energetiche. Non si fermano alla terra ma sfruttano anche gli abitanti.
Gli zoo umani si affermarono definitivamente dal 1870.
L’uomo – quasi moderno – inventò una definizione fuorviante, come a volersi ripulire la coscienza: esposizione etnologica. In queste mostre, sia permanenti sia itineranti, gli esseri umani potevano essere presentati in uno stato naturale. In questa situazione si voleva enfatizzare la differenza fisica e culturale tra i popoli dell’Europa occidentale ed altri europei o non europei.
Gli abitanti dei paesi non occidentali erano considerati primitivi, e si potevano trattare come animali. Il concetto fondamentale trae spunto dal razzismo scientifico nonché dal darwinismo sociale.
Il razzismo scientifico è una branca dell’antropologia formatasi in ambito universitario nel corso del XIX secolo negli Stati Uniti ed in Europa. Lo scopo principale era quello di trovare un fondamento all’ideologia razzista.
Il darwinismo sociale è una corrente di pensiero filosofica che ritiene come motore del mondo il concetto di struggle for life and death: combatti per la vita e la morte. Alla base di quest’idea vi era la ricerca di un fondamento, possiamo chiamarlo scientifico, per il pretesto con cui le parti dominanti della società cercavano di far apparire la differenza di classe come una disuguaglianza antropologica.
Questo strano miscuglio di idee, filosofia, sociologia ed antropologia – che voleva trovare un fondamento al razzismo – fu la base per la nascita e la proliferazione delle esposizioni etnologiche o meglio degli zoo umani.
Non fermiamoci alla teoria, avanziamo nella pratica.
Dal 1870 gli zoo umani divennero popolari in diversi paesi del mondo occidentale. Leggendo i resoconti dell’epoca si smarriscono le parole, anche per il numero dei visitatori di queste esposizioni etnologiche: dai 200,000 ai 300,000 con picchi di diversi milioni.
Le città più prolifiche furono Parigi, Londra, Anversa, Milano, Barcellona, New York e Berlino. L’inventore di questo incredibile momento della storia dell’uomo potrebbe avere un nome ed un cognome – non fosse altro perché fu il primo: Carl Hagenbeck.
Nel 1874 decise di mostrare i samoani come delle popolazioni primitive. Visto il successo decise di catturare – purtroppo questo termine si deve utilizzare con riferimento alle incredibili nefandezze del periodo storico – dei nubiani, per effettuare nuove e visitate mostre.
Dopo l’enorme successo di pubblico decise di trasformare le mostre da stabili ad itineranti, per la gioia delle popolazioni di Parigi, Londra e Berlino.
Nel 1877 de Saint-Hilaire, direttore dello Jardin d’acclimatation, decise di introdurre spettacoli etnologici in cui si esibivano dei nubiani. I visitatori raddoppiarono nel corso di un anno, toccando l’incredibile cifra di un milione. Siamo nell’anno 1877. Sino al 1912 furono allestite oltre 30 mostre.
Il nostro paese non si discostò da questa pratica, giacché è stato tra i precursori. Il primo caso d’umanità in mostra nell’Italia contemporanea – o quasi – fu la realizzazione, nel parco del Valentino, a Torino di un villaggio coloniale. Anno 1884. Sei abitanti eritrei, tre uomini con una donna e due bimbi, furono “invitati” a Torino con la motivazione di richiamare gente per vedere dei veri selvaggi.[5]
Italiani brava gente.
Il caso di Torino potrebbe sfociare nel comico se non fosse tragico: appena giunti i sei eritrei si rifiutarono di alloggiare presso il villaggio coloniale costruito per loro. Furono spediti in un albergo della città sino a quando le abitazioni non furono restaurate secondo il loro volere. Gli eritrei divennero famosi, tanto da essere ricevuti anche dal Re d’Italia.
Si diceva Italiani brava gente.
All’Expo del 1889 di Parigi fu realizzato un villaggio negro visitato da oltre 28 milioni di persone.
I francesi vollero andare oltre: nacquero le esposizioni coloniali, che continuarono sino al 1931.
Le sedi furono le città di Marsiglia e Parigi. In queste mostre erano esibiti esseri umani nudi o seminudi rinchiusi in gabbia. L’ultima esposizione, quella del 1931, attirò oltre 30 milioni di visitatori in soli sei mesi.
Nel 1904 gli Stati Uniti d’America spesero oltre un milione  di dollari per farsi spedire dalle Filippine più 1300 nativi, appartenenti ad oltre una dozzina di tribù. La motivazione di fondo era chiaramente politica: il governo americano sperava di aumentare l’appoggio all’imperialismo tra la popolazione esibendo il selvaggio, l’uomo considerato bestia o il barbaro non occidentale. 
Secondo il reverendo Sequoyah Ade: \”Per illustrare ulteriormente la vastità di umiliazioni subite nelle Filippine oltre alla loro conquista da parte degli Americani, gli Stati Uniti hanno reso la campagna Filippina il centro della Fiera Mondiale del 1904 tenutasi quell’anno in St. Louis, MI. In quella che era definita entusiasticamente come la \”sfilata del progresso\”, i visitatori potevano scrutare i \”primitivi\” che rappresentavano l’opposto della \”civiltà\” che giustifica la poesia di Kipling \”Il fardello dell’uomo bianco\”. Pigmei dalla Nuova Guinea e dall’Africa, che furono in seguito mostrati nella sezione primati del Bronx Zoo, sono stati fatti sfilare accanto agli indiani d’America come il guerriero Apache Geronimo, che ha venduto il suo autografo. L’attrazione principale fu tuttavia la mostra Filippina di repliche intere delle abitazioni indigene, erette per esibire l’arretratezza intrinseca nel popolo Filippino. L’obiettivo era quello di mettere in evidenza sia l’influenza \”civilizzatrice\” del governo americano sia il potenziale economico delle risorse naturali delle catene insulari sulla scia della guerra filippino-americana. Era, a quanto riferito, la più grande mostra specifica aborigena esibita alla fiera. Come un visitatore soddisfatto ha commentato, lo zoo umano appare il racconto di strane persone che segnano il tempo mentre il mondo avanza, e di selvaggi resi dei lavoratori civilizzati coi metodi americani.\” [6]
All’esposizione del 1907 di Parigi, voluta per promuovere il colonialismo, furono ricostruiti sei villaggi in rappresentanza degli angoli di mondo dell’impero francese. Furono ricostruite le abitazioni per ricreare lo stile di vita, naturalmente non potevano mancare gli abitanti, mostrati come prede del colonialismo francese.
Quest’esposizione fu visitata da oltre un milione di persone.
L’ultima assurda esposizione fu allestita nel 1958in Belgio, a Bruxelles, durante una fiera mondiale. Nella capitale belga fu ricostruito un villaggio del Congo. Vi sono immagini incredibili che conducono sul sentiero del vomito: si distinguono chiaramente attempate e sorridenti signore di mezza età lanciare banane ad una bimba, proveniente dal Congo, che cammina sorridente verso di loro.
L’uomo come scimmia.
Nessun rispetto per l’essere umano.
Vorrei concludere con una frase di Albert Einstein: io appartengo all’unica razza che conosco, quella umana.

Fabio Casalini

BIBLIOGRAFIA

  • Abbattista Guido, Umanità in mostra. Esposizioni etniche ed invenzioni esotiche in Italia (1880-1940). 2013
  • Mullan, Bob e Marvin Garry, Zoo culture. The book about watching people watch animals, 1998
  • Jonassohn Kurt, On A Neglected Aspect Of Western Racism, December 2000, Montreal Institute for Genocide and Human Rights Studies
  • Note
  1. Mullan, Bob e Marvin Garry: Zoo culture. The book about watching people watch animals, 1998
  2. Definizione di razza estrapolata dall’Enciclopedia Treccani.
  3. Definizione di etnia estrapolata dall’Enciclopedia Treccani.
  4. Kurt Jonassohn: Studi sui diritti umani ed i genocidi per il Montreal Institute, 2000
  5. Guido Abbattista, Umanità in mostra. Esposizioni etniche ed invenzioni esotiche in Italia dal 1880 al 1940. 2013
  6. The Passions of Suzie Wong Revisited, by Rev. Sequoyah Ade, Aboriginal Intelligence, 4 gennaio 2008

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