Padre Pio: tra povertà e ricchezza

Nella prima puntata, di questa ricerca all’interno della vita di una delle figure più rappresentative e discusse del XX secolo, ci siamo lasciati al 31 maggio del 1923, giorno dell’emissione del decreto non constat de supernaturalitate da parte del Vaticano. Il decreto retrocedeva Padre Pio a persona normale senza alcun rapporto con il soprannaturale. 

La notizia, come potevamo prevedere, ebbe grande rilievo sui quotidiani nazionali ed esteri in seguito alla pubblicazione del decreto sull’Osservatore Romano del 5 luglio 1923.

Il dicembre dell’anno successivo il dottor Giorgio Festachiese al Vaticano il permesso di visitare nuovamente Padre Pio. Il permesso fu negato dalle autorità ecclesiastiche.
Le indagini sul frate da Pietralcina si conclusero nel maggio del 1931. Il Vaticano invitò i fedeli a non considerare soprannaturali le manifestazioni di Padre Pio. Al frate fu vietata la celebrazione della messa e l’esercizio della confessione.
Le proteste dei fedeli e dei frati del convento furono vibranti e vigorose.
Il Vaticano, inizialmente, non mutò opinione.
Dal maggio del 1931 al luglio del 1933 la vicenda si tinge di giallo.
Al fine di comprendere i fatti intercorsi in quei due anni devo presentare un personaggio chiave di tutta la vicenda relativa a Padre Pio: si tratta di Emanuele Brunatto.
Brunatto appare nella vicenda di Padre Pio negli ultimi anni del secondo decennio del secolo scorso. Avventuriero d’origini napoletane lesse delle manifestazioni soprannaturali di Padre Pio sul Mattino di Napoli. Inizialmente decise di proseguire l’attività, legata al campo dell’alta moda, che da poco aveva iniziato. A causa di cattive gestioni e gelosie tra le sarte, che si occupavano della nascita degli abiti, la società fallì. Al Brunatto ritornò prepotente l’idea di recarsi a San Giovanni Rotondo per conoscere di persona Padre Pio. Giunto in Puglia conosce il frate da Pietralcina e, secondo alcuni, si converte immediatamente mentre, secondo altri scrittori, stringe sodalizio con Padre Pio. Inizialmente si stabilisce in una fattoria nei pressi del convento. Poco tempo dopo si trasferisce all’interno del convento stesso, e precisamente nella cella numero 6. Ricordo che la cella di Padre Pio era la numero 5.
Emanuele Brunatto assiste, ancora da spettatore, alle vicende inquisitoriali – essendo relative all’operato del Sant’Uffizio è lecito nominarle in questo modo – che vedono implicato Padre Pio. Nei mesi successivi decise di passare all’azione, raccogliendo materiale inedito, probabilmente relativo a comportamenti non limpidi, su alcune persone del clero pugliese. I soggetti colpiti dalle azioni di Brunatto sono: l’arcivescovo di Mafredonia, Pasquale Gagliardi, l’arciprete di San Giovanni Rotondo, Giuseppe Prencipe ed un canonico del paese, Domenico Palladino.
Quali i motivi alla base del dossier segreto?
I tre erano ritenuti gli artefici della persecuzione nei confronti di Padre Pio. L’arcivescovo di Manfredonia nel corso di una riunione concistoriale dichiarò: “Padre Pio è indemoniato.Ve lo dico io, è un indemoniato, e i frati di San Giovanni Rotondo sono una banda di truffatori. L’ho visto io, proprio con i miei occhi, il padre Pio mentre si profumava e si incipriava. Lo giuro sulla mia croce pastorale”. [1]
Le tensioni tra Vaticano ed il convento di San Giovanni Rotondo non cessano.
Emanuele Brunatto perse la pazienza e nel 1927, dopo aver lasciato il convento di Padre Pio per pressioni superiori, pubblica a Lipsia, con l’aiuto del sindaco di San Giovanni Rotondo, il libro Lettere alla Chiesa firmandosi con lo pseudonimo di Felice de Rossi. La pubblicazione è un attacco frontale al clero della Puglia e del Foggiano nel particolare. Il libro contiene tutto il materiale raccolto, in segreto, sulla vita dell’arcivescovo di Manfredonia e l’arciprete di San Giovanni Rotondo. Il Vaticano si trova in una situazione complessa: da una parte il materiale pericoloso che potrebbe creare uno scandalo, dall’altra le lunghe ombre di un ricatto da parte di Brunatto per eliminare le restrizioni cui era soggetto Padre Pio.
Il Vaticano accettò il ricatto pur di non far circolare il materiale compromettente ma… si dimenticò di levare le restrizioni al frate di Pietralcina.
Il Brunatto rincarò la dose decidendo di pubblicare un secondo libro, Gli Anticristi della chiesa cattolica, dove attaccò tutta la cristianità, Papa incluso.
All’improvviso il 14 luglio del 1933 si concluse la segregazione di Padre Pio.
Dal 1931 al 1933 la vicenda del frate con le stigmate assunse il colore del giallo per sfumare nel grigio dell’assoluzione…
Papa Pio XI affermerà che è la prima volta che il Sant’Uffizio si rimangia i suoi decreti.[2]
Avanziamo nel tempo.
Il miracolo di guarigione di un potente fece ottenere a Padre Pio una quota azionaria della Zarlatti, azienda che stava sviluppando un brevetto per una locomotiva alimentata a vapore ed aria compressa. Il frate non potendo sfruttare la quota azionaria, per il voto di povertà, si fece rappresentare dal Emanuele Brunatto, il signore della cella numero 6 e dei dossier segreti contro la curia romana.
Il tempo corre veloce, come la fama del piccolo frate venuto dalla Campania.
Il 9 gennaio del 1940 Padre Pio manifesta l’intento di costruire un ospedale, denominato casa sollievo della sofferenza.
Il 3 giugno del 1941 Emanuele Brunatto invia da Parigi, dove nel frattempo si era trasferito, una lettera d’accredito di ben 350.000.000 £. Il denaro transita nella filiale di Firenze del Credito Italiano. Il denaro servirà per l’inizio dei lavori dell’ospedale voluto da Padre Pio.
I soldi sono molti, anche le domande che nascono sulla loro formazione.
Nel 1943 un secondo, lauto, contributo giunge per i lavori dell’ospedale: il denaro giunge dall’UNRRA, associazione legata all’ONU, a seguito della conversione del fidanzato di una giornalista inglese. L’uomo, guarda caso, era consigliere delegato dell’UNRRA. L’ammontare del contributo si aggira tra i 250.000.000 ed i 400.000.000 milioni. La differenza potrebbe essersi persa durante il trasferimento del denaro…
Alla fine della seconda guerra mondiale Emanuele Brunatto fonda l’associazione Per la difesa delle opere e della persona di Padre Pio da Pietralcina.
I segreti ed i misteri legati al sodalizio tra queste due persone non si esauriscono mai.
Padre Pio, come tutta la curia romana e la cristianità, fu implicato in uno scandalo che scosse l’opinione pubblica durante i meravigliosi anni cinquanta.
Addentriamoci nei meandri del caso Giuffrè.
Giambattista Giuffrè era un banchiere d’Imola. Per conto d’alcuni enti ecclesiastici iniziò ad occuparsi della ricostruzione di conventi e chiese danneggiate durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Giuffrè amministrò i soldi delle parrocchie e degli istituti religiosi che a lui si rivolgevano, offrendo in cambio tassi d’interesse che potevano giungere a cifre incredibili: si andava dal 70% al 100% di guadagno annuo.
Quale garanzia offriva Gianbattista Giuffrè ai suoi investitori?
La sua profonda e conosciuta amicizia con ambienti religiosi influenti.
La presenza di Giuffrè nella vita religiosa del paese gli valse il soprannome di Banchiere di Dio.
Raccolse ingenti somme di denaro restituendo, almeno inizialmente, gli elevati interessi promessi con la nuova raccolta da ignari investitori. Giuffrè non investiva il denaro raccolto, ma lo utilizzava per corrispondere gli interessi, secondo il classico meccanismo dello Schema Ponzi. [3]
Il problema si presentò quando alcuni investitori iniziarono a sospettare di Giuffrè e chiesero il rimborso del capitale iniziale. Il banchiere di Dio non riuscì nell’impresa di rimborsare quanto aveva ottenuto a scopo d’investimento. Tra i più colpiti ricordiamo i frati cappuccini – in onore ed in memoria del voto di povertà di san Francesco – ed altri enti religiosi di centrale importanza. Essendo colpita buona parte della cristianità il Vaticano riuscì a far passare – almeno inizialmente – sotto silenzio l’accaduto.
Non tutti i quotidiani ed i settimanali si allontanarono dall’accaduto. 
L’Espresso del 9 aprile 1961accusava Padre Pio e Gianbattista Giuffrè di essere i mandati della truffa. [4]
Lo scandalo sconvolse non solo il paese ma anche l’animo gentile e contadino di Papa Giovanni XXIII che decise di inviare il fidato Monsignor Maccari a San Giovanni Rotondo, per indagare sui frati e sulle voci che giungevano dalla Puglia sull’operato di Padre Pio.
Monsignor Maccari cosa trovò al suo arrivo nel convento pugliese?
Il Papa Buono come reagì di fronte al resoconto, dettagliato e circostanziato, del suo fidato collaboratore?
Tutto questo, e molto altro, nel prossimo articolo su Padre Pio, inganno o santità?
Fabio Casalini
Bibliografia

Allegri Renzo, I miracoli di Padre Pio. Mondadori. 1993
Bergadano Elena, Padre Pio il profumo dell’amore. Edizioni Paoline. 2013
Gemelli Agostino, Contro Padre Pio. Mimesis edizioni. 2010
Guarino Francesco, Padre Pio il santo tra noi. Edizioni il pellegrino di Padre Pio. 2014
Guarino Mario, Beato Impostore, Kaos edizioni. 1999
Renzetti Roberto, San Francesco e i crimini dei francescani. Tempesta Editore. 2013


[1] Renzetti Roberto, San Francesco e i crimini dei francescani. Tempesta Editore. 2013
[2] Bergadano Elena, Padre Pio il profumo dell’amore. Edizioni Paoline. 1999
[3]Lo schema Ponzi è un modello economico di vendita truffaldino che promette forti guadagni alle vittime a patto che queste reclutino nuovi investitori. La tecnica prende il nome da Charles Ponzi, un immigrato italiano negli Stati Uniti che divenne famigerato per avere applicato una simile truffa su larga scala nei confronti della comunità di immigrati prima e poi in tutta la nazione. Ponzi non fu il primo a usare questa tecnica, ma ebbe tanto successo da legarvi il suo nome. Con la sua truffa coinvolse 40 000 persone e, partendo dalla modica cifra di due dollari arrivò a raccoglierne oltre 15 milioni.
[4] Renzetti Roberto, San Francesco e i crimini dei francescani. Tempesta Editore. 2013

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