Una Gertrude piemontese

Era tanto tempo che volevo raccontare la mia storia.
Era tanto tempo, ma non sapevo di volerlo. L’ho tenuta dentro di me tutto questo tempo che avevo paura a lasciarla andare fuori. La volevo proteggere da chi potrebbe non capirla. Da chi potrebbe deriderla.
Dentro di me era al sicuro. Col suo valore intatto. Con la sua verità univoca.
Ma le nostre storie non possono rimanere dentro di noi troppo a lungo.
Non è questione di volerlo o no – ad un certo punto assumono una vita propria, una propria volontà.
Le nostre storie capiscono prima di noi quando è il momento per uscire fuori. Perché quando le nostre storie escono fuori da noi, finiscono per non appartenerci più. Cominciano a vivere una vita propria, girano il mondo e diventano un po’ anche la storia di chi la sente raccontare: le guardiamo in faccia ed assumono nuovi contorni, nuovi sensi.
Le guardiamo negli occhi. E, forse, finalmente, riusciamo a far pace con loro.
A chiuderle, come un libro. Come un baule da viaggio.
A partire. A ricominciare.
O a ritornare da dove si era partiti.
Per me è così strano essere di nuovo qui. Avere il velo in testa. Stringere i grani del rosario fra le dita. Guardare il mondo dalle inferriate della mia cella.
Eppure, al tempo stesso, mi sembra di non essere mai andata via…
E’ così strano – tutto di nuovo uguale, ma così diverso. Anche quel che vedo attraverso le inferriate della mia cella. Non ho più bisogno di immaginare cosa ci sia fuori, cosa ci sia oltre il piccolo ritaglio di cielo che vedo, cosa ci sia al di là dei monti e tutto intorno. Non ne ho più bisogno. Adesso mi basta ricordare.
E ricorderò per sempre.
Forse è per questo che ho deciso di raccontare. Ed è sempre per questo che ho deciso di ritornare: avevo bisogno di un po’ di pace e di silenzio per i miei ricordi – per poter rimanere da sola in loro compagnia.
Qualcuno potrà forse dire che sono stata una donna che ha saputo scegliere – che ho saputo prendere in mano la mia vita, che mi sono ribellata al destino che qualcun altro aveva scelto per me. Ma io non sono certa che sia davvero così: a volte nella vita accadono cose incredibili, imprevedibili – e, sì, tu scegli di seguirle. Eppure – non so come spiegarlo, non sono davvero delle scelte. E’ come se in realtà, quando ti ci trovi di fronte, tu in realtà non abbia scelta. Come se in quel momento le alternative nemmeno esistessero. Come se le cose succedessero e basta.
Un giorno sei fra le mura del convento. Il giorno dopo sei in fuga.
Un giorno sei nelle cucine della Regina. E il giorno dopo sei di nuovo qua, nella tua cella di Badessa – con il potere in mano, il velo in testa ed il mondo fuori dalla grata.

Maria Teresa d’Este-Asburgo
Quando la Regina ha voluto conoscermi, ad esempio, è successo e basta.
Maria Teresa d’Austria Este, regina di Sardegna, moglie di Vittorio Emanuele I di Savoia, voleva complimentarsi con la sua cuoca. Aveva molto apprezzato l’anatra stufata con le verze.
La regina ha gli occhi grandi. Ha lo sguardo benevolo eppure risoluto.
Quando mi chiede il mio nome glielo dico.
Le dico il mio vero nome. Quello che ho tenuto nascosto per tutti questi anni – perché tanto nessuno mi avrebbe creduta.
Le dico il nome della mia casata. Le dico ciò a cui ero destinata.
Le dico del convento che fu scelto per me da mio padre, quello in cui avrei dovuto diventare badessa. Le dico di quando presi i voti, del mio nome che credevo cambiato per sempre.
Le dico di quel giorno – il giorno in cui la mia vita cambiò, con una piega, una direzione che non avrei mai immaginato. Se qualcuno me l’avesse raccontato gli avrei riso in faccia.
Quel giorno – il mondo io continuavo ancora a vederlo da dentro, dalla grata della mia cella. Sapevo che fuori c’era tumulto. Conoscevo le idee di Giuseppe Mazzini, sapevo che stavano infervorando la folla. Sapevo che erano tanti piccoli fuochi che stavano incendiando l’Italia. Quel giorno anche Saluzzo si incendiò: ci furono scontri, ci furono feriti e il nostro convento aprì le porte per curarli.
Alla regina non dico il nome di quel soldato.
Non ha importanza. Lui oggi è vivo solo nel mio cuore.
E io – io credo di aver cominciato a sentirmi viva solo quando l’ho conosciuto. Prima esistevo soltanto, ma non lo sapevo.
Ma non dico nemmeno questo a Sua Maestà. Questo non lo dirò mai a nessuno. E’ qualcosa per cui le parole sono insufficienti. Ci vorrebbe un altro mezzo per esprimerlo. Forse la musica potrebbe – ma io non so suonare, so soltanto cucinare.
La gente sogghignava con malizia quando veniva a sapere che prima ero una suora. Forse sarebbero più comprensivi se provassero a vedermi semplicemente come una donna.
Credo sia stato per questo che ho compiuto la mia scelta, che ho deciso di seguirlo. Lui è stato il primo a farlo – a vedermi come una donna, a vedermi come una persona. A chiedermi come stavo e che cosa volevo. Prima di lui nessun altro l’aveva mai fatto. Nemmeno io.
Ho imparato.
I Moti del 1820-21
Ho imparato come si ama, come ci si trasforma quando si ama. Cosa si sacrifica quando si ama. Ho imparato che amando si annienta una parte di sè, ma che se ne scopre un’altra che non si sapeva di avere.
Ho imparato che per avere la libertà spesso si deve fare la guerra. E che gli uomini diventano le peggiori belve anche quando combattono per gli ideali più nobili.
Ho imparato a cucinare, come vivandiera dell’esercito. Ho imparato che so cucinare. Che mi riesce bene. Che è questo il mio dono – e che, forse, se non avessi compiuto quella scelta folle ma ineluttabile, non l’avrei mai scoperto.
Ho imparato che quando muore qualcuno che ami muore anche una parte di te. Però il suo ricordo resta vivo e tu con lui – in qualche modo.
Il mio soldato senza nome non c’è più. Quando è morto qualcuno ha detto che almeno l’ha fatto per qualcosa in cui credeva. Ma io so che avrebbe preferito rimanere vivo.
E ora io sono di nuovo qui.
A volte ci penso e mi domando se sia stato un errore.
Forse è stato un errore scappare. O forse è stato un errore tornare.
Non lo so.
Però a volte ci sono degli errori che sarebbe semplicemente un errore non commettere…


Maria Caterina Operti di Cervasca nacque nel 1801 da una nobile famiglia del Marchesato di Saluzzo (Cn) e fu destinata alla vita monastica in quanto ultima di nove figli.
Era destinata a diventare badessa del Monastero della SS Annunziata della cittadina cuneese – ma lo diventò solo diversi anni dopo, quando fece ritorno al convento in seguito alla sua fuga, grazie all’intervento della regina Maria Teresa di Savoia per la quale lavorava come cuoca.
Della sua avventurosa vicenda conosciamo solo i fatti e non le interpretazioni: non sappiamo se in realtà quello che la legò all’anonimo ribelle mazziniano fosse davvero un grande amore, ma mi è piaciuto pensarlo.
Quello che invece sappiamo è che il suo talento in cucina era in effetti superlativo.

Serena Chiarle

BIBLIOGRAFIA

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