I bimbi che muoiono senza il battesimo sono condannati a bruciare in un fuoco eterno

Agostino di Ippona, padre, dottore e santo della chiesa cattolica.
All’interno della città di San Gimignano, in Toscana, un ciclo d’affreschi cattura la mia attenzione. 

La chiesa è dedicata al santo nato in Numidia e racchiude in se connotati delle architetture romaniche e gotiche. Iniziata, e terminata, alla fine del XIII secolo, l’edificio sacro presenta un capolavoro assoluto dell’arte italiana: storie della vita di Sant’Agostino, magistralmente proposte da Benozzo Gozzoli.
Come comprendere la figura di Agostino?
La nostra fortuna risiede nell’enorme lascito dello scrittore di Ippona.
Agostino non è soltanto un pilastro della cultura, della teologia e della spiritualità, ma anche l’uomo vivo che parla, da cuore a cuore, agli uomini del nostro tempo”.
Con queste parole, di Giuliano Vigini, si apre il libro Le Confessioni.[1]
Non sono gli unici elogi: “E’ stato il massimo pensatore cristiano del primo millennio e certamente anche uno dei più grandi geni dell’umanità in assoluto”.[2]
Non solo teologo o pensatore, ma uno dei massimi esempi dell’umanità.
La sua vita riserva sorprese.
“Voglio ricordare il mio sudicio passato e le devastazioni della carne nella mia anima non perché le ami, ma per amare te, Dio mio. […] Separandomi da te, dall’unità, svanii nel molteplice quando, durante l’adolescenza, fui riarso dalla brama di saziarmi delle cose più basse e non ebbi ritegno a imbestialirmi in diversi e tenebrosi amori. La mia bella forma si deturpò e divenni putrido marciume ai tuoi occhi, mentre piacevo a me stesso e desideravo piacere agli occhi degli uomini”.[3]
Molto interessante questo passaggio in cui Agostino ammette la sua debolezza amorosa. Non fermiamo la nostra sete di sapere. Ancora le sue parole ci conducono al furto.
Quale ladro tollera di essere derubato da un ladro? Neppure se ricco, e l’altro costretto alla miseria. Ciò nonostante io volli commettere un furto e lo commisi senza esservi spinto da indigenza alcuna, se non forse dalla penuria e disgusto della giustizia e dalla sovrabbondanza dell’iniquità. […] Nelle vicinanze della nostra vigna sorgeva una pianta di pere carica di frutti d’aspetto e sapore per nulla allettanti. In piena notte, dopo aver protratto i nostri giochi sulle piazze, come usavamo fare pestiferamente, ce ne andammo, giovinetti depravatissimi quali eravamo, a scuotere la pianta, di cui poi asportammo i frutti. Venimmo via con un carico ingente e non già per mangiarne noi stessi, ma per gettarli addirittura ai porci. Se alcuno ne gustammo, fu soltanto per il gusto dell’ingiusto[4]
L’arrivo a Cartagine sconvolse la sua vita. Le attrazioni della grande città deviarono Agostino dal giusto corso. Il successo letterario e la licenziosità dei costumi della città africana, per metà ancora pagana, colpirono l’uomo. Lo smisurato desiderio di essere il primo, anche nel peccato, lo condusse in strade che non andavano battute. Qualche tempo dopo l’arrivo, a Cartagine, dovette confessare alla madre, Monica, di avere un figlio con una donna, di cui Agostino non riporta mai il nome. Il figlio, Adeodato, insieme alla madre, con cui visse in concubinato per 15 anni, uscirono dalla vita del futuro santo, e dottore della chiesa, nel 386, quando la donna lasciò Milano, ed Agostino, per tornare in Numidia. La promessa del ritorno rimase nelle parole della donna.
Utilizzo ancora le parole di Agostino: “Venni a Cartagine, dove da ogni parte mi strepitava intorno una ridda di turpi amori. Cercavo un oggetto da amare, amando di amare, e detestavo la tranquillità e la via senza trappole, perché avevo un vuoto, dentro di me, di cibo interiore. Perciò l’anima mia era malata e, piena di ulceri, si gettava al di fuori, sulle creature, miserabilmente avida di essere sfregata dal contatto con le realtà sensibili”.[5]
Conosceva il peccato.
Ne scrisse diffusamente.
Era padre.
Conosceva l’amore che un genitore prova nei confronti del proprio figlio.
Si sarà interrogato sulla morte dei bambini prima di affermare che, senza il battesimo, sarebbero condannati a bruciare in eterno?
I genitori sapevano che, neppure dopo la morte, si potevano ricongiungere con il proprio bimbo.
Queste paure trovano fondamento nella teologia, in particolare nelle parole di sant’Agostino, il quale affermava che le anime dei bambini morti senza battesimo erano condannate all’inferno.
Per correttezza d’informazione riporto la completa affermazione di Sant’Agostino:
E’ dunque giusto dire che i bambini che muoiono senza il battesimo si troveranno nella condanna, benché mitissima a confronto di tutti gli altri. Molto inganna e s’inganna chi insegna che non saranno nella condanna.”
Agostino, il peccatore, colui che, prima di seguire la retta via, rubava per divertimento e viveva in concubinato, si spinse a rovinare la vita di molti cristiani.
I genitori, dei bimbi morti senza il battesimo, hanno dovuto sopportare l’idea che il loro figlio bruciasse tra le fiamme dell’inferno per l’eternità.
Per quanto concerne la visione di Sant’Agostino dovremmo fare uno sforzo ulteriore: comprendere in quale momento della vita ha parlato della dannazione dei bimbi morti senza battesimo.
Il santo nordafricano era, in quegli anni, impegnato nella lotta contro i Pelagiani.
Secondo il Pelagianesimo, il peccato originale non macchiò la natura umana affermando altresì che l’uomo è in grado di scegliere ed attuare sempre il bene, senza necessità della presenza divina. Adamo fu colpevole di portare un cattivo esempio, ma le sue azioni non ebbero altre conseguenze. Gesù rappresentò l’esatto contrario, il buon esempio, in grado di controbilanciare l’esperienza negativa d’Adamo. Queste credenze furono condannate come eretiche dal Concilio d’Efeso del 431. Il nome di queste dottrine dipese dal monaco brittanico Pelagio, che è considerato il fondatore. Con il passare del tempo lui stesso negò molti concetti legati alla sua idea originaria.
Senza peccato originale non serve il Battesimo. La lotta tra Agostino ed i pensatori Pelagiani creò gravi conseguenze per gli innocui abitanti dei secoli successivi, che si scontrarono con l’idea dell’eterno inferno per i bimbi morti senza battesimo.
Siamo ancora convinti che sia uno dei massimi pensatori dell’umanità?
Un personaggio che utilizza il dolore della morte dei bimbi per convincere una comunità, quella pelagiana, dell’importanza del battesimo, non può essere ritenuto uno dei massimi esempi dell’umanità. In queste supposizioni non trovo spirito caritatevole, misericordia, ma sola ferma determinazione nell’enunciazione delle proprie idee.
Utilizzò il dolore per cancellare l’eresia.
Benozzo Gozzoli è l’autore dei magnifici affreschi inseriti nella chiesa dedicata ad uno dei padri del Cristianesimo.  Lo splendido scenario di San Gimignano consegna quest’autore, e le storie della vita di Sant’Agostino, alla memoria eterna. Particolarmente interessante è la presenza di Santa Monica, madre d’Agostino, nelle scene dipinte da Benozzo Gozzoli. Con molta probabilità l’eco della traslazione delle reliquie di Santa Monica da Ostia a Roma, nella chiesa dedicata al figlio, non si era ancora spento quando fra Domenico Strambi affidò l’incarico a Benozzo per la realizzazione del ciclo d’affreschi.
Il grande lavoro di Benozzo Gozzoli si compone di 17 scene, prendendo il via dalla consegna di Agostino al maestro e concludendosi con i funerali del dottore della Chiesa ad Ippona nell’anno 430.
Un luogo che suscita meraviglia, che sveglia il nostro profondo torpore.

Non fermatevi alla visione, compenetrate il mistero nel suo profondo.


Fabio Casalini

Bibliografia
Carpin Attilio. Agostino ed il problema dei bambini morti senza il battesimo. Edizioni studio domenicano. 2005
Casalini Fabio e Teruggi Francesco. Mai Vivi, Mai Morti. Ladolfi editore, 2015
D’Argentano Luigi Francesco. Conferenze teologiche e spirituali sopra le grandezze di Dio. 1795
Livi Antonio. Storia sociale della Filosofia. Società editrici Dante Alighieri, 2004
Sant’Agostino. Le confessioni. Edizioni Garzanti.

[1] Le Confessioni, RCS Media Group, 2010.
[2] Antonio Livi, Storia Sociale della Filosofia. Roma, Società editrice Dante Alighieri, 2004.
[3] Le confessioni di Sant’Agostino: Libro secondo, il sedicesimo anno.
[4] Le confessioni di Sant’Agostino: Libro secondo, il sedicesimo anno.
[5] Confessioni di Sant’Agostino, III, 1-1.

BIBLIOGRAFIA

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