Le corna di Mosè

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Roma, basilica di San Pietro in Vincoli.
Denominata Basilica Eudossiana dal nome della sua fondatrice, l’imperatrice romana Licinia Eudossia. Il luogo sacro deve la sua popolarità alla presenza del Mosè di Michelangelo. Interessante risalire alle origini dell’edificio sacro.
Il nome deriva dalla presenza dei vincoli di San Pietro. La basilica fu fatta erigere, nel 442, da Eudossia per custodire le catene della prigionia di Pietro. Nella lingua latina il termine catene è tradotto con vincula. Una domanda sorge spontanea, come sono arrivate a Roma?
La madre d’Eudossia le ebbe in dono da Giovenale, patriarca di Gerusalemme, durante il suo viaggio in Terra Santa. L’imperatrice Elia Eudocia, madre d’Eudossia, sempre a Gerusalemme, si vide donare anche le catene che avevano stretto il santo nel carcere Mamertino. La leggenda racconta che Papa Leone I, Sommo Pontefice dal 440 al 461, avvicinò le due diverse catene per confrontarle e, all’improvviso, senza spiegazione, si congiunsero per sempre. I Vincoli sono inseparabili.
Parlando di vincoli, dovremmo comprendere come il santo abbia potuto liberarsi dalla stretta morsa dell’umana cattiveria.
Ritengo interessante approfondire questo dettaglio della vita di Pietro, per meglio comprendere gli affreschi presenti nel catino absidale.
In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni.  Vedendo che questo era gradito ai Giudei, decise di arrestare anche Pietro. Erano quelli i giorni degli Azzimi.  Fattolo catturare, lo gettò in prigione, consegnandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, col proposito di farlo comparire davanti al popolo dopo la Pasqua. Pietro dunque era tenuto in prigione, mentre una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui. [1]
Un chiarimento, prima di proseguire, Che cosa s’intende per i giorni degli azzimi?
Per sette giorni mangerete pani azzimi. Fin dal primo giorno toglierete ogni lievito dalle vostre case; perché, chiunque mangerà pane lievitato, dal primo giorno fino al settimo, sarà tolto via da Israele. [2]
Torniamo prepotentemente alla prigionia di Pietro:
E in quella notte, quando poi Erode stava per farlo comparire davanti al popolo, Pietro piantonato da due soldati e legato con due catene stava dormendo, mentre davanti alla porta le sentinelle custodivano il carcere.  Ed ecco gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro, lo destò e disse: «Alzati, in fretta!». E le catene gli caddero dalle mani.  E l’angelo a lui: «Mettiti la cintura e legati i sandali». E così fece. L’angelo disse: «Avvolgiti il mantello, e seguimi!».  Pietro uscì e prese a seguirlo, ma non si era ancora accorto che era realtà ciò che stava succedendo per opera dell’angelo: credeva infatti di avere una visione. Essi oltrepassarono la prima guardia e la seconda e arrivarono alla porta di ferro che conduce in città: la porta si aprì da sé davanti a loro. Uscirono, percorsero una strada e a un tratto l’angelo si dileguò da lui.  Pietro allora, rientrato in sé, disse: «Ora sono veramente certo che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano d’Erode e da tutto ciò che si attendeva il popolo dei Giudei».  Dopo aver riflettuto, si recò alla casa di Maria, madre di Giovanni detto anche Marco, dove si trovava un buon numero di persone raccolte in preghiera.[3]
Ora gli affreschi assumono una visione chiara nella nostra mente.
L’angelo che indica la strada.
Il sonno dei soldati.
La luce che illumina il percorso di Pietro.
Abbiamo l’animo in pace per aver compreso le figure che, dall’alto, scrutano il nostro camminare all’interno del luogo sacro.
Siamo pronti per l’eterna bellezza?
Volgiamo lo sguardo a destra.
Una figura attira a se, attrae il nostro essere.
La statua di Mosè, sublime opera di Michelangelo!
L’altezza, 235 cm, incute timore.
Lo sguardo, definito terribile, attende il nostro guardare.
Il profeta è seduto, con la testa rivolta a sinistra.
Il braccio sinistro è abbandonato, il destro sostiene le tavole della Legge.
Sul capo due corna.
Mi soffermo. Indago.
Sono corna.
Inizia una tribolata ricerca.
Le corna sono, con molta probabilità, un errore di traduzione dal Libro dell’Esodo.
Quando Mosè scese dal monte Sinai – le due tavole della Testimonianza si trovavano nelle mani di Mosè mentre egli scendeva dal monte – non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui.  Ma Aronne e tutti gli Israeliti, vedendo che la pelle del suo viso era raggiante, ebbero timore di avvicinarsi a lui. [4]
Il problema risiede in quelle parole: mentre scendeva dal monte aveva il viso raggiante. In ebraico “karnan”, raggio, potrebbe essere stato confuso con “keren”, corna.
La spiegazione regge?
Preferisco indagare. Esco da san Pietro in Vincoli con la ferma convinzione di dover sondare terreni diversi.
Molti caddero nell’errore.
San Gerolamo tradusse il testo ebraico – latino della Bibbia nella vulgata, versione ufficiale per secoli. Gerolamo tradusse la frase del libro dell’esodo in “ignorabat quod cornuta esset facies sua”, il cui significato, “ignorava che la sua faccia fosse cornuta”, sembra essere la base, la fonte d’ispirazione di molti artisti, compreso Michelangelo Buonarroti.
Non posso fermare la mia curiosità.
Indaghiamo la figura, l’uomo ed il profeta. Mosè nacque in Egitto.  Secondo i testi biblici, il nome significherebbe “salvato dalle acque”, a ricordo del miracoloso ritrovamento nel fiume Nilo.  L’Egitto. Il nome Mosè. In egiziano il nome Moshe significava “figlio di” o “fanciullo”.  Mancando il nome del padre di Mosè, rimase solo il termine fanciullo?
Un esempio lo troviamo in Thutmosis, in altre parole figlio di Thot.
Un secondo illustre esempio è relativo a Ramses, figlio di Ra.
L’educazione impartita a Mosè, alla corte del Faraone Horemheb, potrebbe mettere in relazione il profeta, delle sacre scritture, con il culto del Dio Aton?[5]
Non basta ancora per comprendere il motivo delle corna sul capo del profeta.
Secondo Freud il monoteismo della cultura ebraica antica potrebbe essere in relazione con il culto, egizio, del Dio Aton.
Il credo ebraico, come è noto, recita \”Shemà Israel Adonai Elohenu Adonai Ehad\”. Se la somiglianza del nome dell’egizio Aton alla parola ebraica Adonai e al nome divino siriaco Adonis non è casuale, ma proviene da una vetusta unità di linguaggio e significato, così si potrebbe tradurre la formula ebraica: \”Ascolta Israele il nostro Dio Aton (Adonai) è l’unico Dio\”.[6]
Mi aggiro per le strade di Roma con dubbi e perplessità. Tutto è molto interessante, ma non spiega le corna di Mosè, se non rifacendoci all’errore di traduzione.
Potevano commettere simili errori?
Si racconta che Mosè discese dal Monte Sinai con le tavole della legge, con il viso raggiante e due raggi che dipartivano dalla sua persona.
Questi raggi erano presenti anche nel momento della salita?
Se la risposta fosse affermativa il tutto cambierebbe d’impostazione.
I raggi potevano essere corna?
Possibile che Mosè fosse sacerdote di un culto diverso da quello del Dio Aton?
Nel caso in cui potessimo dare una risposta affermativa, il culto professato potrebbe essere in relazione con il Dio Amon.[7]
Nell’iconografia, il Dio Amon, è sovente rappresentato da un ariete con il disco solare tra le corna ricurve.
I sacerdoti aderenti al suo culto indossavano un copricapo con due corna posticce.
Si spiegherebbero finalmente le corna!
Siamo nel campo delle ipotesi.
Potrebbero aver dimenticato le corna e volutamente inserito dei raggi?
L’unico a sapere la verità è Mosè.
Perché non parli?[8]


[1] Atti 12, 1-5
[2] Esodo 12:14
[3] Atti 12, 6-12
[4] Esodo 34, 29-30
[5] Aton è una divinità solare della mitologia egizia. È rappresentata dal globo luminoso che esercita la sua benefica influenza, datrice di vita, attraverso i raggi, di cui tutti sentono lo splendore e il calore, e le mani, strumento ultimo di contatto col divino. Una simile concezione poteva essere rappresentata visivamente senza raffigurare l’Aton sotto forma umana.
[6] Sigmund Freud. L’uomo Mosè e la religione monoteistica.
[7] Seguendo le fortune della capitale dell’Alto Egitto, a partire dalla XVIII dinastia da dio guerriero, protettore del sovrano, divenne il dio supremo del pantheon egizio e divinità universale di tutto il mondo egizio, tanto da essere assimilato (sincretismo) al dio del Sole Ra, sotto il nome di Amon-Ra.
[8] È legato a questa scultura l’aneddoto secondo il quale Michelangelo, contemplandola al termine delle ultime rifiniture, la statua del Mosè presente in San Pietro in Vincoli, e stupito egli stesso dal realismo delle sue forme, abbia esclamato «Perché non parli?» percuotendone il ginocchio con il martello che impugnava.


 

BIBLIOGRAFIA

Tosi Mario. Dizionario enciclopedico delle Divinità dell’Antico Egitto, Torino 2004

Rendina Claudio. La grande guida dei monumenti di Roma, Roma, Newton & Compton Editori, 2002

Guy Racket. Dizionario Larousse della civiltà egizia, Milano, Gremese Editore, 2002

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