Diario di un medico d’altri tempi

25 Giugno 1875
Il registro dei battesimi di Biel menziona ancora, il 22 maggio del 1863, il decesso di bimbi non battezzati e portati alla cappella di Hohen Fluhen, in seguito ad una stupida credenza.” [1]
La mattina presto parto in direzione della cappella di Hohen Fluhen.
Il cielo è sereno e la temperatura permette di godere delle bellezze della natura.
La luce del sole illumina quelle poche parole di un foglio strapazzato, dalla storia e dagli uomini.
La medicina non consente di credere alla pratica del ritorno alla vita.
Da oltre cento anni la religione cristiana si è, fermamente, opposta alla pratica del rito.
Scienza e fede sono contrarie, eppure si affrettano a chiedere l’intercessione della Vergine per il battesimo dei bimbi nati-morti.
Nel cuore di queste montagne qualcosa succede.
Devo salire per capire.
Devo parlare con gli eremiti, con il parroco e con i genitori che salgono alla cappella.
Devo assistere ad un miracoloso evento di ritorno alla vita.
Novara è alle spalle, con la sua cupola e le brume mattutine.
26 Giugno 1875
“..da tempi immemorabili arrivano, alla cappella di Hohen Fluhen, dei pellegrini dall’Italia portando, con se, dei bimbi mezzi putrefatti, per il solo scopo di farli resuscitare e renderli idonei a ricevere il battesimo..”[2]
La piazza centrale di Domodossola è un piccolo gioiello di persone senza tempo.
Guardo le montagne cercando di comprendere i genitori, che si ostinano alla ricerca del battesimo ad ogni costo.
Hohen Fluhen, e la sua cappella, sono ancora lontani, due giorni di viaggio mi sussurrano.
Lo faranno ancora?
Riuscirò ad assistere al miracoloso evento?
Troppe domande che devono trovare risposta.
I genitori vengono da qui, dall’Italia, con i corpi dei bimbi sulle spalle.
Il viaggio, il sole e l’attesa comportano la putrefazione del piccolo cadavere.
Mi ostino alla ricerca del perché lo facciano.
Amore verso il bimbo?
Fede incrollabile del Dio dei cristiani?
Le frasi che leggo, a fatica, su questo foglio ingiallito, riportano solo domande.
Devo trovare una risposta in queste terre di confine.
Non possono tornare alla vita.
La medicina non lo prevede.
La religione non lo consente.
Non posso distogliere l’attenzione da quella parola: putrefatti.
Giungevano al santuario dopo molti giorni di viaggio.
Il luogo sacro li attendeva.
Perché Hohen Fluhen?
Esistono decine di santuari lungo il tragitto. Questi edifici sono facilmente raggiungibili dall’Italia.
La cappella della vergine, perché?
27 Giugno 1875.
“Il miracolo avviene durante la messa, al momento dell’elevazione. Guardano, con attenzione, i tratti del bimbo per accorgersi del minimo movimento. Un piccolo segno vitale è abbastanza da battezzarlo e per tranquillizzare la madre sulla vita eterna del piccolo”. [3]
Il vociare delle persone, occupate dalle quotidiane mansioni, mi sveglia poco dopo l’alba.
Tante formiche indaffarate attraversano Piazza Mercato a Domodossola.
Cammino osservando le montagne che mi attendono.
Il tragitto è lungo e periglioso.
La prossima sosta sarà l’Ospizio del Passo del Sempione.
Partiamo rapidi salutando la valle ed i verdi prati.
Risaliamo la valle attraversata dal Diveria.
Sullo sfondo una silenziosa sentinella assicura il nostro salire.
E’ identificata come la chiesa dedicata a san Gervaso e san Protaso della frazione Trasquera.
Singolare costruzione del tempo antico.
Attraversiamo ora una stretta mulattiera, delimitata, ai bordi, da rovi e fiori d’intenso colore giallo.
Nell’aria avverto una sensazione particolare.
Incontriamo le gole di Gondo. Rapportandoci a loro un sorriso attraversa il mio guardare. Siamo piccoli e pensiamo da grandi. Un leggero vento infastidisce il mio viaggiare in questa gola della natura.
Sul fare della sera giungiamo all’Ospizio posto al passo del Sempione.
Domani il mio sguardo si poserà sulla cappella dei miracoli.
Troverò quello che cerco?
28 Giugno 1875.
“..è facile comprendere che la maggior parte di queste persone è in buona fede e, nel dubbio, propendono per il miracolo per consolare la madre, o il padre.”[4]
La mattina è limpida.
Mi aspettano poche ore di viaggio.
Le ultime luci della sera mi hanno accompagnato nella lettura della relazione del dottor Kaempfen.
Svolgeva la sua mansione in questo territorio. Lo conosceva.
Aveva uno stretto contatto con le genti che qui abitavano e, presumo, con quelle che da queste terre transitavano.
Il mio ricordare è interrotto dallo scarto improvviso della mia carovana.
Pochi minuti e riprendiamo il cammino.
Quali erano i pensieri dei genitori in questo pellegrinaggio della speranza?
Quanti giorni camminavano?
Questa cappella dispersa nei monti, perché?
Solo domande albergano nella mia mente.
Briga, città del dottor Kaempfen.
Il castello Stockalper appare in tutta la sua particolarità. Cupole metalliche a forma di cipolla chiudono questo strano connubio architettonico.
Poche ore mi dividono dal luogo di tanta attesa.
Domani, forse, salirò alla cappella di Hohen Fluhen.
Troverò le risposte.
29 Giugno 1875.
“..se noi dovessimo fissare per diverso tempo un oggetto, arriveremo, sovente, a pensare che possa cambiare di colore. Una tale illusione, del tutto naturale, e che consiste unicamente dalla sensazione dei nostri occhi, è alla base dei presunti miracoli.”[5]
La cappella è spoglia.
Piccola, diversa da come me l’aspettavo.
Non si sono arricchiti con le elemosine dei genitori.
L’eremita che regge il luogo sacro rappresenta, ai miei occhi, il patriarca dell’antico testamento: lunga barba bianca, modi attenti. Nello sguardo sveglio si legge un misto d’ostilità ed avversità per lo straniero. Per colui che importuna con domande senza tempo.
Non ricorda.
Non vuole ricordare.
Avidità?
Offro denaro.
Segue un secco diniego.
Chiedo tempo. Estraggo il foglio ingiallito e leggo le ultime parole del dottor Kaempfen: “Mi sono accertato, nel mio ultimo viaggio nel Vallese, nel 1822, che questa chiesa, o cappella, abbia iniziato a perdere la sua reputazione miracolosa, in quanto arrivano solo saltuariamente dei pellegrini portando con se i figli non battezzati”.[6]
Occhi grandi che fissano il vuoto alle mie spalle.
Nessuna parola, solo gesti.
Indica la strada.
Pochi passi e siamo all’esterno della costruzione.
Le montagne sovrastano la scena.
Non comprendo il motivo di quello spostamento.
Si accarezza la barba.
“Lo hanno sempre fatto, lo fanno e lo faranno ancora”.
Mi sento perduto, una sola domanda, forse banale, forse no: “Perché?”
“Non è fede, non è religione, non è paradiso, non è inferno. Non capisce?”.
Sono sopraffatto dalle domande.
Non riesco a parlare.
Le tante piccole croci, sfondo di questo dialogo assurdo, saranno la mia compagnia per il futuro.
Mai potrò dimenticare.
Respiro a fatica.
L’ultima frase: “ E’ solo amore, è solo la natura dell’uomo”.
Un saluto con la mano.
E’ solo la natura dell’uomo.
E’ solo l’uomo che ritorna alla natura.
Fabio Casalini


[1] Robert Zimmermann. Die Kapelle zen Hohen Fluhen.
[2]All’inizio del XIX secolo il dottor Antoine Kaempfen, medico chirurgo a Briga, racconta la pratica di portare presso la cappella della Vergine i bimbi morti senza battesimo
[3-4] All’inizio del XIX secolo il dottor Antoine Kaempfen, medico chirurgo a Briga, racconta la pratica di portare presso la cappella della Vergine i bimbi morti senza battesimo.
[5-6]All’inizio del XIX secolo il dottor Antoine Kaempfen, medico chirurgo a Briga, racconta la pratica di portare presso la cappella della Vergine i bimbi morti senza battesimo.

BIBLIOGRAFIA

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