L’alluvione del 1978 in Ossola raccontata con gli occhi di una bambina

Tempo di lettura: 5 minuti

Una bambina può ricordare il dramma?

A sette anni i ricordi si fissano nella mente.
Non scappano.
Non possono fuggire.
Siamo noi ad impedirlo.
Un pomeriggio di settembre incontro quella bambina, ora divenuta donna, forte e vigorosa, che ha deciso di liberare quel ricordo.
La donna vuole condividere.
Non lo sapeva.
Un caffè, come tanti, e gli occhi iniziano a raccontare.
Ossola 1978, mese d’agosto.
Il cielo era grigio, come poche volte prima di quel giorno.
Pioveva.
Le nuvole s’inseguivano velocemente.
Mia nonna scrutava.
Guardava oltre l’orizzonte.
La preoccupazione solcava le sue rughe.
“Questa volta la buzza ce la fa pagare”.
Mio padre era lontano, per lavoro.
Tornava il venerdì sera.
Quel giorno ritornò prima del tempo.
La pioggia insisteva, non smetteva.
Sembrava non voler smettere mai.
Mio padre prese la decisione.
“Saliamo a Vanzone”.
Una tregua.
Un momento di calma, di tranquillità.
La nonna scuoteva la testa.
“Non si deve salire, dobbiamo rimanere a fondovalle”.
Mio padre, convinto, accende l’automobile.
Carica i bagagli.
Saliamo, anche il gatto è con noi.
Risalendo si costeggia l’Anza.
Il fiume appariva in tutta la sua brutale cattiveria.
Ero piccola.
Sette anni.
I fiumi del nostro piccolo mondo ti sembra di conoscerli da sempre.
L’Anza ringhiava.
Si scuoteva ad ogni ansa.
Impetuoso e limaccioso.
Scuro, tetro.
Dopo le prime curve, quando il fiume era ancora visibile, la nonna, che mi teneva sulle ginocchia, esclama: “Signore mio!”.

Dalla montagna, alla nostra destra, scivola acqua.
I torrenti sono carichi.
Non sono spaventata.
La nonna mi rincuora, mi coccola.
I grandi sono travolti dalle emozioni.
L’infanzia permette di non comprendere a fondo, credevo.
La pioggia si confonde all’acqua rifiutata dalle pietre.
Venti, lunghissimi, minuti.
La nostra casa a Vanzone con San Carlo.
E’ tardi.
Mi addormento con il rumore della pioggia.
Mi era sempre piaciuto.
Sognavo in quelle lunghe notti d’estate.
Il temporale porta con se la speranza di un giorno migliore.
Quella sera no.
Sabato mattina.
Piove.
Sabato pomeriggio.
Piove.
La sera giunge.
Piove.
La mamma e la nonna preparano la polenta.
Papà accende il camino.
Il fuoco da sempre rincuora, scalda il cuore.
Dona tranquillità.
Il fuoco non è banale.
E’ una conquista per una bambina.
Fuori piove.
Mai prima, mai dopo.
Mi avvicino alla nonna.
E’ preoccupata.
Nonna di che colore sono le nuvole, mi sembrano strane”.
Brutto colore, lo vedi là in fondo? Sono i ciarui de la buzza”.
Aveva ragione lei.
Voleva scendere dalla valle.
I vecchi si devono ascoltare.
Sempre.
La notte trascorre nel frastuono dei sassi.
Pietre che rotolano nel fiume.
Quelle pietre, segnate dal passaggio dei nostri avi, ora scivolano.
Con loro andrà un pezzo della valle.
Un pezzo del nostro cuore.
Domenica mattina.
Piove forte.
L’Anza ringhia, abbaia come mai.
Verso mezzogiorno un uomo, con la divisa, ci consiglia di evacuare.
I genitori e la nonna sono preoccupati.
I vicini, di Milano, sono partiti all’alba.
L’altro nostro vicino, che abitava da sempre in quel luogo, resterà.
Non sarà la prima e neppure l’ultima buzza.
Partiamo senza preparare le valigie.
Chiudiamo casa.
Saliamo nell’automobile. Gatto compreso.
Scendiamo verso il santuario della Madonna della Gurva.

Siamo a Pontegrande.
Il torrente è un fiume impetuoso.
Sono spaventata.
L’acqua, che dona la vita, m’intimorisce.
I miei genitori, e la nonna, hanno capito.
Cantano, cercano di mitigare la mia paura.
La nonna guarda fuori dal finestrino.
Ha smesso di cantare.
Calasca.
La cascata,nei pressi dell’allevamento di trote, è enorme.
Impetuosa.
Spalanco gli occhi.
L’auto si ferma.
Tutti sono fermi.
Speriamo non sia la diga” sussurra mio padre.
Troppa acqua.
Ecco, finalmente, il santuario della Madonna della Gurva.
Ricordo la festa della Milizia.
La Madonna miracolosa.
Il santuario, con il suo masso, sono nel mezzo.
Tutto intorno acqua.
Solo acqua.
Un’automobile è uscita di strada.
Tre ragazzi con le mani sul viso, piangono.
Sono disperati.
Carabinieri, vigili del fuoco, ambulanze.
Mio padre abbassa il finestrino: “Cos’è successo?”.
Quattro ragazzi, di ritorno da Macugnaga, hanno perso il controllo dell’automobile.
Si sono schiantati sulle piante.
Una ragazza è stata sbalzata nel torrente.
Acqua infuriata.
Le persone piangono. Si stringono.
Uomini e donne si abbracciano.
In macchina cala il silenzio.
Scendiamo, con molta difficoltà.
La galleria dei Gozzi, scavata nella roccia, è un luogo buio.
Tra acqua e paura.
Il timore mi assale completamente.
Che cosa succede?
Perché tutto questo?
Poco dopo chiuderanno la strada ai Molini.
In quel luogo l’acqua si è mangiata un ponte di legno.
Nessuno, o quasi, lo ricorda.
Io si.
Giungiamo a Piedimulera.
Poco dopo siamo a casa.
Piove sul nostro piccolo mondo.
Il disastro giunge senza chiedere il permesso.
Nei giorni seguenti la disgrazia.
Un ricordo lo porterò sempre con me: “per anni tutte le domeniche abbiamo visto un uomo, con un cane, percorrere il greto del torrente alla ricerca di qualcosa. Era il papà della ragazza sbalzata dall’automobile a Calasca”.
Ha cercato, sempre.
Il dolore immenso negli occhi.
Un cerchietto, forse della figlia.
Null’altro.
La Madonna della Gurva, icona miracolosa, racconta, ancora, la sua storia.
Un ringraziamento a quella bimba, ora divenuta donna ed amica.
Ha guardato, non si è limitata a vedere.
Aiuta tutti noi a comprendere, a non dimenticare.
Grazie.

BIBLIOGRAFIA

Le fotografie sono rintracciabili sui seguenti siti:
– tredicroppo.forumfree.it

– La valle del Rosa – ForumFree

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