Pietro da Verona, l’inquisitore che trovò la morte sulla strada per Milano

1252, luogo imprecisato tra Meda e Seveso.

Il sole da poco ha iniziato il suo percorso di vita.
Due uomini, nascosti nella boscaglia, attendono il momento.
Attendono l’uomo che vogliono ammazzare.
Pietro e Domenico camminano senza immaginare che la morte sia in agguato.

All’improvviso i due sicari si presentano al loro cospetto.

Le lame scintillano al sole.
La roncola affonda nel corpo di Pietro.
Domenico tenta la fuga, spaventato ed inorridito per il brutale assalto.
Tutto sarà vano.
Raggiunto, viene sopraffatto dalla ferocia dei sicari.
Si conclude una delle pagine più nere e dolorose nella storia della Santa Inquisizione.
Al contempo si apre una pagina di santità per Pietro.
Il corpo del frate domenicano viene raccolto e trasportato a Milano, dove trova, momentanea, collocazione nella chiesa dedicata a San Simpliciano.
L’odore della santità era grande che, il giorno seguente, il corpo trova riposo in Sant’Eustorgio a Milano.
Il sepolcro del frate, da subito, è frequentato da fedeli.
Le voci corrono veloci come il lampo.
Miracoli e grazie.
Il frate deve essere santificato!
Il 25 marzo del 1253, Papa Innocenzo IV, ascrive Pietro tra i santi della Chiesa.
Ora Pietro da Verona sarà ricordato come San Pietro.
Potrei concludere questo breve resoconto senza comprendere quali siano stati gli eventi alla base dell’omicidio di Pietro?
No. Vi è un dovere morale che spinge verso la ricerca della verità.
1203.
Pietro nasce a Verona.
L’usanza di chiamare i frati soltanto con il nome del luogo dal quale provenivano, lo fece passare alla storia come Pietro da Verona.
Il cognome, in tutta questa vicenda, è l’informazione meno importante.
La casa, dove nacque, era frequentata da persone infette dagli errori dei manichei.
Sin dalla giovane età manifestava disprezzo per queste idee. Il disprezzo si trasformò in avversione.
Il percorso era segnato.
All’età di 18 anni, nel 1221, entra a far parte dell’ordine fondato da Domenico de Guzman.
Il suo operato iniziò nella città di Bologna.
Non perse tempo a dispiegare energie contro le eresie, che si stavano diffondendo nel nostro paese.
Catari, Paterini, o semplici persone accusate di seguire la religione ebraica, erano oggetto delle sue lunghe, ed infiammate, prediche.
Era tanto l’ardore, che dispiegava nel suo operato, che fu venerato come apostolo dalle genti umili e timide.
Nel 1232 fu inviato in Lombardia a reprimere i tanti eretici di quella terra.
Fece trionfale ingresso in Sant’Eustorgio, luogo nel quale decise di fondare un’associazione di militanti chiamata “Società della Fede”.
I risultati furono strabilianti, tanto che, negli anni seguenti, lo ritroviamo ad Asti, 1240, ed a Piacenza, 1241, a svolgere le funzioni di priore del convento domenicano.
La sua fama lo precedeva.
La Chiesa aveva bisogno di una personalità forte che abbattesse la radicata eresia paterina in Toscana.

Sul tramontare del 1244 entra in Santa Maria Novella, nella città di Firenze, con il preciso compito di estirpare il germe eretico da quella magnifica terra.
In Firenze gli eretici presero il nome di Paterini, in riferimento a Filippo Pateron, fondatore di una setta che si contrapponeva alle idee cristiane.
In pochi anni convinse molte potenti famiglie della città a seguirlo: tra queste ricordiamo i Corsini e gli Adimari.

Pietro, dalla sede in Santa Maria Novella, iniziò ad accusare il podestà della città, Pace da Pesandola, finendo con il dividere in due fazioni Firenze.
La Santa Inquisizione si vide costretta a fulminare una sentenza contro il Podestà, e molti altri individui. Il podestà inviò degli ambasciatori alla corte di Pietro per convincerlo a ritrattare le accuse, contro se stesso e contro le famiglie nobili della città. Pietro decise di rispondere con la forza e pubblicò severe censure contro gli eretici e contro il podestà. La risposta dei Paterini non si fece attendere: si riunirono e decisero di entrare, armati, nella chiesa di Santa Maria Novella mentre Pietro infiammava le sue genti. Ne seguì una mischia sanguinosa accompagnata da enormi scelleratezze.
Pietro, per nulla intimidito da quel brutale attacco, più fanatico che mai, decise di rispondere. Con una bandiera bianca, segnata da una croce rossa, partì all’attacco dei palazzi degli eretici. Precedendo la torma di crocesegnati, infiammandoli con la sua abile oratoria, riuscì a conquistare il Bargello, palazzo del Podestà, ed i principali luoghi forti dei Paterini.
In pochi giorni fece traboccare le carceri di eretici.
La sua determinazione destò profondo rispetto ed ammirazione.
Il rispetto divenne, con il passare del tempo, terrore.
La diffidenza ed il timore aleggiavano nella popolazione.
Il padre temeva il figlio.
Il figlio temeva il padre.
La paura di trovare nel prossimo un facile accusatore, dilaniava le menti delle persone.
Le vittorie di Firenze permisero, a Pietro, la nomina ad inquisitore generale della Lombardia.
Recatosi a Milano, assunse la carica con l’ardore che da sempre lo contraddistingueva.
In pochi mesi divenne il flagello degli eretici.
Molti furono bruciati per suo ordine.
Il terrore divenne generale!
Non contento, dei molti roghi che rischiaravano le sere milanesi, si portava ora a Pavia, ora a Cremona, ora a Piacenza per combattere l’eresia.

Nel 1252 si trasferì a Como.
Fece agguantare molte persone per sottoporli a giusto processo.
Tra i tanti anche un Rusconi, del quale frequentava la casa, con l’accusa di proteggere dei Paterini.
Il Rusconi, famiglia nobile della città, non fu lasciato solo nelle carceri.
In pochi mesi le prigioni traboccavano d’eretici.
L’aiutante di Pietro, Domenico, iniziò a comprendere che il limite era passato.
Troppe persone brutalmente torturate.
Troppi eretici morti per mano del predicatore veronese.
I consigli del giovane frate caddero nel vuoto.
Non sapremo mai quale fu il motivo scatenante della ribellione popolare.
Come potremmo conoscerlo?
Ritengo che il narrare l’ultimo giorno di attività di Pietro possa aiutarci a comprendere.
5 aprile del 1252.
Giorno triste e lugubre.
Giorno di seduta inquisitoriale.
Giorno di tortura.
Domenico si reca nella stanza di Pietro per ricevere gli ordini della giornata.
E’ preoccupato per le voci che si rincorrono nei tribunali dell’inquisizione.
Vogliono fermare Pietro.
Vogliono fermare lo spargimento di sangue.
L’aiutante sussurra:
Monsignore il serpente che striscia sulla terra talvolta morde il leone, che è il re della foresta. Ogni nemico, anche piccolo, è da temersi e, per abbatterlo, è necessario non farsi attaccare.”
Pietro a quelle parole reagisce:
Siamo noi così deboli che dobbiamo tremare dinanzi ad alcuni ebrei e marrani ribelli?
Domenico:
La prudenza è la madre della sicurezza, vegliamo Monsignore, il nemico è vicino, prepariamoci a combatterlo”.
Pietro fissa l’interlocutore.
Ritiene le parole poca cosa.
La figlia del Rusconi è stata imprigionata? Allora la farò inchinare al mio volere”.
La reazione dell’aiutante spiazza il frate: “Maria non è una donna come le altre!”.
Pietro pensa. Reagisce dimenticando le parole appena udite.
Sono con voi ragazzo, andiamo non facciamo attendere i tormentatori, questi bravi ausiliari. Quanti sono oggi alla tortura?
Molti” rispose l’aiutante.
Giunsero alla prigione, i corridoi erano pieni. I tormentatori frustavano sei prigionieri, fra i quali vi erano tre donne. Questi poveretti erano nudi sino alla cintura. Nessuna distinzione tra uomini e donne. Una, tra le donne, ha un bavaglio in bocca. Ogni lamento era inibito ai prigionieri. Quando qualche infelice mandava qualche gemito gli si metteva il bavaglio in bocca per molte ore. Pietro ed il suo preferito passarono, rapidamente, alla camera della tortura.
La prima, ma sarà anche l’ultima, ad essere ascoltata era una giovane donna, cui era stato sottratto il figlio di pochi giorni, per una semplice accusa di amicizia eretica.
La donna fu assoggettata prima al tratto di corda.
Quando ricadde, gambe divaricate, sul cavalletto di legno posto sotto di lei non proferì lamento.
La donna non volle confessare.
Si decise per la tortura dell’acqua.
I tormentatori misero un pannolino inzuppato d’acqua sul viso della povera ragazza.
L’acqua filtrava goccia a goccia attraverso il pannolino bagnato e, lentamente, si insinuava nella gola e nel naso. La respirazione della vittima diveniva sempre più difficile.
Le soluzioni erano due: sospendere la seduta o procurare la morte della torturata.
Pietro non si fermò.

Domenico, mani sul volto, per non vedere quell’orribile scena, si permise di affiancare l’inquisitore:
Monsignore questa donna non può soffrire ulteriormente senza morire.”
Pietro, dopo attenta analisi, tornò sulla propria decisione e disse:
si sciolga l’accusata, la tortura è sospesa sino a nuovo ordine”.
Passarono pochi istanti e Domenico, dopo una rapida visita sul corpo della ragazza, disse:
Monsignore la tortura è finita, questa donna è morta.
Domenico, sconvolto da quella visione, rivolgendosi a Pietro:
E se questa donna fosse innocente?
In questo caso essa è in cielo, perché deplorare la sua morte?”.
La seduta venne sospesa.
Lasciarono, per l’ultima volta, la stanza del tormento.
Si indirizzarono alle proprie celle.
Un breve saluto.
L’indomani si dovranno alzare presto per recarsi a Milano.

Non ci arriveranno mai…


Fabio Casalini

Bibliografia
Pietro Tamburini, Storia generale dell’Inquisizione.
Ximenes Cisnero, Guida dell’inquisitore.
Grado Giovanni Merlo, Eretici ed eresie medievali.
John Edwards, Storia dell’inquisizione.
George Ridley Scott, Storia della tortura.
Fotografie
1- affresco di Vincenzo Foppa – Martirio di Pietro da Verona – Basilica di sant’Eustorgio, Milano.
2- arca di San Pietro martire nella cappella Portinari – Basilica di sant’Eustorgio, Milano.
3- affresco di Vincenzo Foppa – Miracolo della falsa Madonna – Basilica di sant’Eustorgio, Milano.
4- Particolare dell’arca di San Pietro martire – Basilica di sant’Eustorgio, Milano.
5- affresco di Vincenzo Foppa – Martirio di Pietro da Verona – Basilica di sant’Eustorgio, Milano.

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