Un eretico a Pallanza

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All'inizio del seicento le truppe inquisitorie in quel di Milano lavoravano a pieno regime. Eresia e devianza dalla religione cattolica difficilmente sfuggivano agli occhi degli inquisitori. Il “male” andava debellato e la coscienza ripulita. Fu così che un medico pallanzese, tale Berardo Appiani, finì sotto le loro assatanate grinfie...
Ciò che si rimproverava maggiormente ai Turchi era che non avessero né stregoni né indemoniati.
Si guardava a tale carenza di indemoniati come a una prova infallibile della falsità di una religione.
François-Marie Arouet 
(Voltaire)
All’inizio del seicento le truppe inquisitorie in quel di Milano lavoravano a pieno regime.
Eresia e devianza dalla religione cattolica difficilmente sfuggivano agli occhi degli inquisitori. Il “male” andava debellato e la coscienza ripulita.
Fu così che un medico pallanzese, tale Berardo Appiani, finì sotto le loro assatanate grinfie.
Il Berardo era un dottore un po’ particolare sostenitore di teorie sovente in controtendenza e lontano dalla tradizionale medicina.
Anche nell’ambito religioso seguiva una concezione abbastanza singolare, non ritenendo veritiera la presenza del corpo di Cristo nell’eucaristia, rifiutando il purgatorio e infischiandosene bellamente delle scomuniche.
Il passo fu breve, e i sospetti di perpetrati atti di stregoneria, magia e sortilegio non tardarono a venire. Accalappiato dall’inquisitore di turno venne poi prontamente rilasciato grazie al pagamento di una cauzione.
Successivamente fu riacciuffato ma anche in questo frangente, grazie all’aiuto di un notaio, tornò presto in libertà.
Dopo un’interminabile serie di entrate ed uscite dalle sante carceri ammise che quanto a lui imputato non era da ritenersi veritiero, affermando che la sua era una semplice curiosità. Il suo pensiero andava ricercato altrove lontano dalle arti magiche e gli incantesimi con i quali non aveva nulla a che spartire.
Ma il ritrovamento di alcuni scritti da lui stilati nei quali si faceva riferimento all’evocazione di presunti spiriti furono inevitabilmente impugnati contro le sue affermazioni.
Eresia! Non aveva più scampo! Specialista nell’arte infame! Il suo corpo ormai marchiato dall’impronta diabolica.

Nuovamente incarcerato si ritrovò come compagno di cella un prete, tal Gaudenzio Battista. In poche settimane tentò la fuga anche questa volta con successo.
Informato subito dei fatti il cardinale Borromeo, adirato, trasmise la notizia al sant’Uffizio di Roma destando stranamente non troppe preoccupazioni.

Riferirono dalla capitale che non essendo il condannato reperibile si riteneva consono realizzare un fantoccio fatto di stracci e carta e darlo in pasto al sacro fuoco purificatore!
Col passare del tempo, indagando, si scoprì che nella fuga dell’Appiani ci furono dei complici. Venne accusato il fratello Luigi in realtà innocente. Il vero aiuto alla fuga andava ricercato sempre in famiglia ma nella persona di Gerolamo, il secondo fratello, al tempo custode del senato di Milano ed in seguito eremita presso la chiesa di San Remigio, sul colle della Castagnola, dove si prodigò in notevoli opere di restauro come la realizzazione dell’ampio portico di fronte alla facciata dell’edificio.
Entrambi i fratelli vennero gravemente torturati pur negando tra atroci sofferenze ogni colpa o collegamento coi fatti.
Il tempo passò ma il povero Berardo non sembrava aver pace. Una spada di Damocle pendeva sinistramente sul suo capo, poco tempo dopo tra Ivrea e Vercelli venne nuovamente catturato.
Questa volta le accuse a lui rivolte furono molteplici. Bestemmia, usura praticata con un amico ebreo, mancata confessione, e consumo di carne nei giorni proibiti.

La condanna scattò immediatamente ed in seguito l’assoluzione, ma non prima del patimento di torture di ogni genere ed il versamento di un deposito cauzionale di cento scudi a favore delle carceri vescovili.

Al povero Berardo fu inoltre inflitto il divieto di cibarsi di carne nelle giornate di martedì mentre il venerdì gli era consentito alimentarsi unicamente a pane ed acqua.
La pena sembrava non aver fine e la sua vita ridotta ormai ad un inferno in terra giaceva sopraffatta da un inguaribile malinconia.
Qui si perdono le tracce e questo ci raccontano i fatti, provenienti da un tempo lontano dove l’alito nefasto dell’inquisizione non mancò di insinuarsi anche nei confronti di una delle più nobili famiglie pallanzesi. Essa incise immancabilmente il suo terribile sigillo tra i risvolti di questa spiacevole vicenda che come un temporale lontano echeggia ancor’oggi rinvigorita del male perpetrato negli anni.

BIBLIOGRAFIA

“Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria.

– “Le Rive” Verbania, Editrice Press Grafica.

– “La morte la sepoltura nelle varie culture e civiltà” di Tanfoglio Alessio.

 

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Dato che sono arrivate accuse, sotto forma anonima, perché il coraggio è di pochi, abbiamo deciso di inserire, per completezza di informazione, le fotografie dei libri dai quali sono state estrapolate le informazioni riguardanti l’articolo in oggetto.

 

Non potendo includere immagini nei commenti ci vediamo costretti ad appesantire l’articolo.
Del nob. Bernardo Appiani, medico di Pallanza, fuggito dal carcere di Milano col prete Basilio Gaudenzio di Ferrara e arso in effigie nel 1571, si è occupato il Fumi, il quale nonostante i documenti ben chiari, si è ostinato a chiamarlo Berardo. Aggiungerò solo che doveva essersi arricchito, facendo venire da Chiavenna per V.al d’Ossola insieme con Giov. Angelo Coirò e Giov. Antonio Borallo di Suna il sale, che si vendeva nel ducato di Milano. Oltre a Girolamo e Luigi aveva altri fratelli cioè G. Pietro, G. Stefano e Battista. Furono appresi e ripartiti i beni dei tre primi, oltre a quelli di G. Stefano, mallevadore, per L. 3000 di Bernardo, cui furono confiscate oltre 12000 L. imperiali.
Per quanto concerne le aggiunte:
1- Le Rive.
2- La morte e la sepoltura, il contempus mundi e l’Inquisizione Santa Di Alessio Tanfoglio.
3- [in aggiunta alla precedente bibliografia] 1936 – Bollettino della società di studi valdesi.

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