Le anime del Carso e degli uomini

Viaggiando e passeggiando, con un pizzico di curiosità e di fortuna si possono scoprire luoghi curiosi, luoghi affascinanti e addirittura luoghi che trattengono un pezzetto del nostro cuore. Questo lo immaginavo. Non pensavo invece di potermi trovare in luoghi che toccassero fino all’anima, nel bene e nel male (che se poi lo si elabora nel modo migliore, è un bene anche star male). Ho inaspettatamente vissuto due settimane per il Carso friulano (non solo Carso ma questo post è ad esso dedicato) più come un’esperienza che come una semplice vacanza. Spero di ispirare un po’ anche a chi leggerà. Venite a spasso con me?
Il fiume Isonzo guardando Sagrado


IL CARSO DALL’ANIMA NATURALE


La natura può lasciarsi osservare con grande semplicità ma sa anche nascondere gelosamente le sue meraviglie. Il Carso custodisce spettacolari grotte (io ho visitato quelle di Slivia, non le più famose, non le più grandi ma assolutamente affascinanti), in cui si perde la concezione del tempo e dello spazio: più di un’ora di visita è passata quasi senza che io e gli altri visitatori ce ne accorgessimo ed abbiamo scoperto che le conformazioni di calcare bianco e rugginoso erano ancor più alte e distanti di quello che sembravano ai nostri ingenui sguardi. Quasi inutile dire che la fantasia della natura ha creato, grazie ai minerali, all’acqua e alle correnti d’aria, sculture che stupiscono per maestosità, quantità di dettagli e varietà di forme, che spesso somigliano a cose ed esseri viventi che ben conosciamo nel mondo esterno.
Le \”torri\” delle grotte di Slivia
Dopo aver passeggiato verso il centro della terra si risale all’esterno e lasciato il buio delle meravigliose grotte si può anche andare all’estremo opposto, a fare il pieno di luce, fino anche a lasciarsi abbagliare dal sole che va incontro alle bianche scogliere e allo specchio del mare.
Il castello di Duino visto dal sentiero Rilke
Sole che scalda anche mentre si passeggia sulle alture, tra una vegetazione ricca ma raramente incombente: non dimentichiamo che il Carso nasce come una landa rocciosa ed il suo imboschimento è un’opera piuttosto recente! Tra i protagonisti della vegetazione carsica ho ammirato soprattutto i cespugli di scotano, le cui foglie si lasciano colorare dai freschi verdi, dai caldi rossi e da bianche nuvole.
Non manca nemmeno l’ombra. Alcune aree sono più boscose e vi si trovano anche piante che non sono nate lì ma che sono diventate tipiche: il pino nero è un’altra caratteristica che mi ha affascinato ed è l’albero che, durante i tentativi di imboschimento, è risultato il più idoneo ad ambientarsi su queste terre.
Cotinus coggygria (scotano, falso sommacco, albero della nebbia..)
Per quanto io ami la vegetazione, mi sono però resa conto d’aver sentito più fortemente l’anima del Carso dove essa è più rada, dove forse è nata più spontaneamente, lasciando sentire ad ogni passo il contatto con la terra e le rocce, tra cui i cespugli di scotano stanno d’incanto!
Spero d’avervi dato un’idea dell’anima del carso naturale, il minimo per farvi venire voglia di andare a conoscere tutti i dettagli che, un po’ per non dilungarmi troppo ed un po’ per lasciarvi il gusto di scoprire, non ho raccontato.

IL CARSO DALL’ANIMA CIVILE

Ricordo che la prima volta in cui ho letto dei pino nero non è stato informandomi sulle passeggiate naturalistiche ma durante la visita al castello di Miramare, luogo di magnifica unione tra mare, uomo e natura.
L’edificio è bellissimo sia al suo esterno che nelle sue sale, arredate con un gusto fuori dal comune e da cui possiamo affacciarci sul mare proprio come doveva essere affacciarsi da una delle navi di Ferdinando Massimiliano d’Asburgo, che fece volutamente costruire il castello con questo affascinante effetto.
Non da meno il parco, anch’esso studiato nei minimi dettagli e vastissimo.
Castello di Miramare
Le tre aree s’incastrano piacevolmente ma in ognuna ci si può addentrare fino a dimenticare il resto: dal molo ci si può perdere nel mare, attraversando le sale ci si può perdere nei bellissimi dettagli dell’edificio, passeggiando per il parco ci si può perdere nella sua ricca vegetazione.
Spostandoci poco più in là si può (se non ci si è mai stati si deve) andare a Trieste, una città con la “C” maiuscola. In cima al colle di San Giusto si possono visitare il castello (dove non ho avuto tempo di entrare) e la cattedrale (un gioiello) e giù, nella città più moderna, che palazzi! Belli da mozzare il fiato. Così grandi, così elegantemente decorati ed abbracciati, deliziano la gente ad ogni sguardo. E come non nominare piazza Unità d’Italia, la cui vastità è come un preludio che prepara ad affacciarsi verso l’orizzonte del mare.
Trieste, statua di Joyce sul Ponte Rosso del Canal Grande
Più piccola ma niente affatto deludente è Gorizia: bello il centro cittadino ma soprattutto ho apprezzato il borgo medioevale, con degli interessanti musei, la particolarissima chiesetta di Santo Spirito ed il bel castello, che conserva arredi ed armi medioevali e una sala della musica con le perfette riproduzioni di antichi strumenti.
Castello di Gorizia
Meno bella ma simbolica è Piazza Transalpina, che fino a non molti anni fa era fisicamente divisa a metà: da una parte il comune italiano di Gorizia e dall’altra quello sloveno di Nova Gorica. C’era proprio un muro, come un piccolo muro di Berlino, smantellato con l’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea.
IL CARSO DALL’ANIMA UMANA

I primi insediamenti umani del Carso di cui ho sentito parlare sono i castellieri, villaggi risalenti all’età del bronzo e del ferro di cui oggi restano poche rocce disposte circolarmente, tracce delle cinte murarie che confinavano i villaggi di pastori, agricoltori, cacciatori.
Proprio al centro dei resti di un castelliere si trova il castello di Monfalcone.
Periodi storici che si incontrano, quindi. Inevitabile: la terra è una sola e l’uomo va avanti e indietro su di essa. L’uomo arriva, se ne va, torna, abbandona, costruisce, distrugge, ignora, ritrova…
Tante epoche a contatto ed una è costantemente presente tra le tracce lasciate dall’uomo, la peggiore che potessimo lasciare: ovunque tracce della \”Grande Guerra\”.
Monte Sei Busi, Dolina dei Bersaglieri
Ho incontrato le prime tracce passeggiando per sentieri, tra San Michele e San Martino del Carso. Impossibile non notare trincee, gallerie, postazioni, cippi… Passeggiando in una tranquilla giornata di sole, tra piante e fiori, è però difficile immedesimarsi del tutto e comunque, per quanto ci si senta sensibili, chi ricorda in prima persona una guerra dirà sempre: “te lo assicuro, chi non c’era non può immaginare”. Credo sarebbe irrispettoso e presuntuoso non fidarsi.
Giorni dopo, in un museo a Gorizia, ho però capito qualcosa di più, immersa in una ricostruzione di una trincea, con tanto di suoni, luci e fantocci. Continuo a fidarmi di chi ha vissuto la guerra davvero e allora non oso pensare cosa loro possano ricordare, perché quello che ho sentito io, in una ricostruzione, cercando di trattenermi, è stato un enorme groppo in gola, carico di paura, rabbia e dolore.
L’ultimo approccio con la Grande Guerra l’ho avuto visitando il sacrario di Redipuglia. Ci ero già passata davanti un paio di volte, notando l’immensità quasi sconvolgente. Ma nulla prepara alla salita, su cui non mi soffermo perché provoca sensazioni di cui non voglio dare “un assaggio”, come se fosse semplicemente un luogo affascinante. Come dice un’iscrizione che accoglie:
“NON CURIOSITÀ DI VEDERE MA PROPOSITO DI ISPIRARVI VI CONDUCA”.
Scendendo il Sacrario di Redipuglia
In cima si è più storditi che stanchi e quando si decide di tornare giù gli scalini da fare sono in discesa ma sono molti, per fortuna, perché i pensieri da elaborare sono altrettanti. Quando si torna in piano, nel nostro presente, ci si sente decisamente un po’ cambiati.
Sappiate che non è per struggervi il cuore che vi ho raccontato le mie impressioni ma con lo spirito positivo a cui invita quel che ho letto uscendo dall’area del Sacrario:
“O VIVENTI CHE USCITE, SE NON VI SENTITE PIÙ SERENO E PIÙ GAGLIARDO L’ANIMO, VOI SARETE QUI VENUTI INVANO”.
Ora rifletto e penso che siamo tante anime sulla stessa terra. Che ognuno di noi lascia una più o meno evidente traccia nella storia del mondo. Che quindi ognuno dovrebbe dare il meglio di sé, seguendo l’indole della propria anima, intrecciandola però come meglio può con quelle degli altri. Così da lasciare evidenti tracce di gioia!
Helianthus tuberosus (topinambur)
Arrivederci al prossimo post da Anna Bernasconi (dal blog annabernasconi.blogspot.com)

BIBLIOGRAFIA

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