Giordano Bruno brucia sul rogo

Tempo di lettura: 6 minuti

Fece la fine de l’abbacchio ar forno

perché credeva ar libbero pensiero
perché si un prete je diceva – è vero –
lui rispondeva – nun è vero un corno!

Marzo 1597.

La notte incombe, buia.
In una cella un uomo non riesce a fermare i propri pensieri.
Corrono oltre le mura della prigione.
Invadono lo spazio.
Invaderanno il tempo.
Il fascinoso pensare è interrotto da un lieve rumore.
Passi in lontananza.

Lontananza che l’uomo capisce sua ancora per poco.

Due carcerieri aprono la cella. Intimano al libero pensatore di seguirlo.
L’uomo, denutrito dalla lunga prigionia, devastato nel corpo ma non nella mente, li segue senza che fiato possa uscire dalla sua bocca.
Gli occhi scrutano l’ambiente nei minimi particolari sino a posarsi sulla stanza nella quale viene condotto.
Il nero del locale è illuminato dal fragoroso fuoco di un camino.
Quel fuoco, indicatore della fine dell’uomo, non serve a portare luce sulle persone che attendono il Nolano. Due inquisitori aspettano in silenzio.
Eccitati, ma silenziosi.
La luce che si irradia dal focolare illumina le tristi pareti dove sono ammassati gli strumenti di tortura.
Gli occhi indagano.
Il cuore impazzisce nel comprendere che a breve saranno tolti da quella posizione verticale per indagare l’eresia nel corpo.
La testa, per un solo momento, scivola nel dubbio. Nella paura.
L’uomo comprende che gli inquisitori cercano l’eresia nel suo pensare.
La convinzione che la troveranno è parte integrante del suo incedere.
L’inquisizione ricerca e trova, sempre.
E’ un cercare non comune, intriso di odio, sadismo e supponenza.
Il Boia si diletta nelle prove della corda.
La tortura prima che devastazione fisica è demolizione psicologia del processato.
A breve l’uomo sarà sollevato da terra e rilasciato più volte per procurare dolore nel corpo e distruzione nella mente.
L’inquisitore capo invita l’uomo a ravvedersi ad abbandonare la sua visione del mondo o, forse in questo caso, dei mondi.
Insiste nella convinzione che l’uomo inginocchiato di fronte a lui debba pronunciare abiura completa dell’idea che Dio e Natura siano la stessa cosa. Dove vi è uno si trova l’altro e viceversa.
Fiero resiste.
Viene deciso l’utilizzo della tortura: le mani vengono legate dietro la schiena. L’uomo viene sollevato e poi schiantato verso il pavimento.
Il dolore è lancinante.
Legamenti, muscoli ed ossa si mescolano tra loro.
Il corpo viene disintegrato.
La procedura sarà ripetuta un numero di volte ritenuto soddisfacente dalla Santa Inquisizione.
Gli uomini vestiti di nero cercano l’eresia, trovano la determinata convinzione di un uomo, il cui nome è Giordano Bruno.

I giorni, mesi e gli anni seguenti saranno un triste cammino verso la fine.
Le denunce aumentano.
Gli interrogatori, stressanti per il fisico, rinsaldano la ferrea convinzione dell’uomo.
L’eresia che la Chiesa andava cercando in Bruno diviene libero pensiero.
La sua visione dell’universo infinito e corruttibile stride con il concetto da sempre pensato ed imposto dalla religione cristiana.
L’idea che Dio è nella natura e la natura sia Dio sono incomprensibili per gli uomini che lo accusano.
Le tesi sul moto della terra? Assurde visioni di un uomo che si è allontanato da Dio!
Giordano Bruno da Nola è un eretico impenitente!
Malgrado ventidue “incontri” con la santa Inquisizione l’uomo non confessa, non abiura!
Il 20 gennaio del 1600 papa Clemente VIII ordina che venga, finalmente, emessa la sentenza di morte!
Bruno è consegnato alla giustizia secolare (tradatur curiae seculari)!
L’otto febbraio, nella chiesa di Santa Agnese, nei pressi di Piazza Navona a Roma, l’uomo ascolta la propria sentenza di morte.

Durante la lettura della sentenza il corpo di guardia fatica a contenere la folla!
I locali della chiesa traboccano di gente e di odio.
L’ultimo grande personaggio del Rinascimento italiano è inginocchiato di fronte ai suoi accusatori.
Smagrito.
Spossato da oltre 2500 giorni di prigionia e di lotta interiore.
La barba delinea un viso stanco ma determinato, fermo nelle proprie convinzioni.
E’ il momento di parlare! Di far sapere la propria idea.
Sarà durissimo.
In un crescendo di libero pensiero e di paure ancestrali si giunge alla notte tra il 16 ed il 17 febbraio.
Nelle carceri di Tor di Nona il condannato Giordano Bruno attende la sua ultima ora.
I confratelli della compagnia di San Giovanni in Decollato lo accompagnano tristemente nella cappella della prigione per le ultime preghiere.
I monaci guardano questo uomo, un tempo frate, nella sua fierezza e provano un senso di vuoto, di nullità ma anche di incredulità, che bene viene rappresentato dalle parole di uno di essi: “stette sempre nella maledetta ostinazione…”
In queste parole c’è tutto l’uomo Giordano. Anche i confratelli non comprendono come una persona così illuminata dalla grazia di Dio possa bruciare sul rogo per non aver ammesso le sue colpe, perché è colpevole di non credere nel Dio della Chiesa….

E’ ora.
Al condannato viene fatto indossare il sanbenito.
Umiliazione prima della morte.
I confratelli scortano il Nolano alla tenue luce del sole.
Intonano litanie che si perdono nel fragore della folla che sta accorrendo all’orribile esecuzione.
Giordano Bruno cammina con sguardo che si perde nel tutto che lo circonda.
Come sempre si stacca dalla realtà terrena.
Solo lui riesce ad arrivare in certi mondi.
Solo lui pensa.
Solo lui argomenta con se stesso circa il nulla che ora lo assedia.
Al centro di Campo de Fiori il rogo è acceso.
Le ultime parole, prima che gli venga infilata la mordacchia sulla bocca, ci giungono tramite uno dei monaci che lo ha assistito durante l’ultima notte: “e diceva che moriva martire e volentieri e che la sua anima sarebbe salita in paradiso con quel fumo……”

I cardinali dormienti si affannano 
a punire Bruno, che invece è lontano. Vola.
Il suo superbo corsiero, vivo come il pensiero
Già passa le Alpi.

BIBLIOGRAFIA

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