La storia del frate che sparò alla schiena di Carlo Borromeo

Mi chiamo Girolamo Donato, per tutti il Farina.
Sono un frate appartenente al glorioso ordine degli Umiliati.
Nel raccontare la mia storia cercherò di misurare le parole…. non sarà facile!
L’ordine degli Umiliati nacque nell’undicesimo secolo come strumento spirituale in netta contrapposizione ai costumi rilassati del Clero. Propugnavano un ritorno alle origini della cristianità! Chiedevano di tornare ad una vita austera. Speravano che la Chiesa abbandonasse parte delle ricchezze accumulate a favore dei meno abbienti. 
La risposta di Roma non si fece attendere: Eretici!
Il tempo passa, le idee si modificano. 
Innocenzo III reintegrò l’ordine con bolla papale.
Ma come detto il tempo passa. Arrivò il Concilio di Trento e con esso Carlo Borromeo.
L’ordine venne sospettato di praticare l’eresia e di aderire alle idee calviniste, che scendevano come il vento impetuoso, da Nord.
Si arriva al 5 giugno del 1567.
Il Cardinale quel giorno toglie tutti gli averi all’ordine dei frati Umiliati. Tutte le terre vengono confiscate! I conventi passano nelle mani dei Gesuiti, dei Barnabiti o sotto il diretto controllo del Cardinale stesso…..
Potete immaginare il mio stato d’animo?
Non ci riuscirete. Non potete!
Rabbia.
Delusione.
Odio.
Nella mia testa una folle idea: sparare per uccidere il Borromeo!
Ma ci vuole tempo, pazienza e preparazione.
Soprattutto ci vuole coraggio! 
In quel momento sono morto, molti anni prima di essere giustiziato.
Se avessi deciso di portare a termine il compito, non potevo fuggire agli uomini armati che accompagnavano da sempre il Cardinale.
Con qualche confratello ho parlato, ma nulla di più.
Pochi sapevano le mie intenzioni.
Certe azioni devono rimanere segrete sino al giorno in cui si realizzano.
Il tempo passa. La rabbia aumenta.
Mi devo armare!
Non è facile. Non sono avvezzo alle armi e neppure all’odio. 
Riesco a recuperare un archibugio ed una pistola con la canna  lunga.
Non penso di uscirne vivo. 
L’uomo è protetto molto bene, da sempre.
All’inizio dell’autunno del 1569 decido di passare all’azione.
Mi ritiro in meditazione ed in preparazione nelle mie amate terre, dove le montagne degradano dolcemente verso il lago, il Lago Maggiore.
Dopo qualche giornata passata tra Mombello e Gemonio torno a Milano.
Le armi sono pronte, io meno.
Il 26 ottobre è il giorno, il grande giorno!
Sul fare della sera entro nelle stanze dell’arcivescovado travestito da soldato.
Nessuno mi nota.
Sono una persona normale, passo inosservato.
Il Cardinale si è ritirato in una cappella a pregare con la sua famiglia e con i suoi uomini.
Non sarà facile.
Sono nervoso.
Le mani mi sudano, il cuore batte forte.
Mi avvicino. Lo vedo. 
Ancora qualche istante… le mani tremano… sparo!
L’archibugio non ha fatto il suo dovere!
Devo scappare.
Le vie di Milano sono la mia salvezza.
Mi riparo a casa di un parente.
Depongo le armi in soffitta, ben nascoste in un baule.
Mi rendo conto che…. sono salvo!
Non mi hanno catturato!
Ora posso riposarmi anche se ho fallito! Non sono riuscito ad uccidere Carlo Borromeo.

Penso a dove riparare, a dove fuggire. L’idea arriva quasi subito, andrò in Piemonte, chiederò di arruolarmi nell’esercito di casa Savoia.
Ma non subito.
Il buio ha invaso la stanza, ha invaso Milano…. ma forse… Milano era al buio da qualche anno.
I pensieri corrono veloci nella mente. Non li controllo.
Tremo. 
Le voci che giungono dalle strade mi impressionano. 
Il Capitano di Giustizia è già in azione e con esso anche gli Inquisitori, gli amici ed i nemici del Cardinale. Tutti trepidano per riuscire a catturarmi, per favorire l’uomo prima ancora che il Cardinale.
Giunge infine una splendida alba. 
Sono ancora in salvo, nessuno pensa a me.
Le giornate trascorrono lente e senza sussulti in questo edificio abbandonato dal tempo.
Rifletto, penso al fallimento ma anche alla fortuna di essere fuggito ai birri del Borromeo. 
Il fallimento pesa. Perché la palla non ha fatto il suo dovere? come ha fatto a salvarsi? 
E se… il Signore avesse voluto davvero proteggerlo?
Troppe domande che non troveranno risposta. 
E’ ora di andarsene dalla città ora divenuta la Sua.
Riparo tranquillamente nelle zone natie, passo per Gemonio, Mombello e poi Intra.
In breve tempo sono nelle terre dei Savoia e riesco a farmi arruolare nelle loro truppe.
A Milano è l’inferno.
Carlo Borromeo pubblicamente promette il perdono per l’aggressore, privatamente scatena ogni forma di repressione per trovarlo.
Molte persone sono incarcerate, private di ogni umana sembianza e torturate.
Il tempo passa, la sua rabbia aumenta!
Durante una perquisizione dei Birri del Borromeo nella sede milanese degli Umiliati, ancora per poco in vita, uno di loro, a conoscenza delle mie intenzioni, fece per la prima volta il mio nome. Fra Girolamo Donato… il mio nome uscì durante la confessione del Nassino con il cardinale in persona! 
Il Borromeo questa volta decise di non lasciarsi sopraffare dall’istinto. Per lunghe giornate predicava il perdono pubblico ma in privato medita, pensa e si muove sul territorio. 
Qualche settimana dopo il Nassino viene invitato a palazzo e durante la visita il Cardinale conosce il fatto che un’altra persona, il Legnano, era a conoscenza dei fatti.
Ancora una volta attende. Modifica il suo atteggiamento. Non si lascia trasportare dalla rabbia. Qualche giorno dopo invita nuovamente il Nassino, questa volta accompagnato dal Legnano, a Palazzo e dopo pranzo decide per il loro arresto, la loro incarcerazione e la loro tortura!

Il 17 di aprile vengo arrestato a Chivasso per ordine del duca di Savoia.
Dopo poche ore sono a Milano al cospetto dei tanti che mi volevano uccidere.
Non posso raccontarvi le torture.
Non posso ricordare tutti i fratelli Umiliati arrestati e torturati per il mio gesto.
Ma il tempo passa e sono ancora vivo, ma, debbo ammettere, ancora per poco….
Il 2 agosto del 1570 si procede con la mia esecuzione.
La scelta cade sulla situazione meno dolorosa e cruenta.
Prima dell’impiccagione mi venne mozzata la mano destra, autrice del sacrilego attentato alla vita di San Carlo Borromeo.

Con la mano rimasta vi scrivo queste poche righe per ricordarvi che la Storia racconterà che ho sparato alla schiena del Cardinale per 40 denari…..


Fabio Casalini

Bibliografia
* \”L’uomo che sparò a San Carlo\” di Oreste Clizio. Editrice Nautor. 1984.
* [apppunti tratti da] \” Storia dell’archibugiata tirata al cardinale Carlo Borromeo\” di Luigi Anfosso.

Didascalie

* Giovan Battista delle Rovere detto il fiammenghino. Telero del Duomo di Milano.
* Orazio Borgianni. San Carlo Borromeo.

BIBLIOGRAFIA

CONDIVIDI

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su pinterest
Condividi su whatsapp
Condividi su email

COMMENTI

ARTICOLI CORRELATI

Le nostres storie direttamente nella tua mailbox