Una donna per la libertà, il suo nome Maria Peron

Tempo di lettura: 4 minuti

Alcuni componenti dell'esercito di Salò risalgono i tornanti che precedono l'ingresso nel piccolo paese. Cercano i "leoni della montagna".  Non li trovano. Scriveranno sul muro di una baita: "leoni della montagna vi aspettiamo a Fondotoce"....
1944.
Era l’inizio del maggio.
Il mese delle rose umiliato, deriso.
Una valle trasformata, distrutta, incendiata.
Secoli di storia cancellati. Alpeggi e rifugi bombardati.
Morte ovunque.
Cicogna, la piccola capitale della Valgrande, teatro iniziale di questo orrore.
Alcuni componenti dell’esercito di Salò risalgono i tornanti che precedono l’ingresso nel piccolo paese. Cercano i “leoni della montagna”.
Non li trovano.
Scriveranno sul muro di una baita: “leoni della montagna vi aspettiamo a Fondotoce”.
Ancora non sapevano che un drappello della formazione Valdossola li avrebbe catturati proprio a Fondotoce qualche giorno dopo.
Fu causa, pretesto, miccia di una delle pagine più nere della storia recente del nostro paese.
Come maggio precede giugno, la calma precede la tempesta.
11 giugno.
I tedeschi sono a Rovegro, i partigiani a Cicogna. L’avanzata degli “alpenjager” deve essere ritardata, per quanto possibile.
Una grande esplosione! Il ponte Casletto non c’è più!
Nelle ore successive il vento trasporta proiettili.
L’artiglieria pesante tedesca bombarda e demolisce Cicogna.
I partigiani ripiegano e si frazionano. I nazifascisti sfondano nella valle, controllano sentieri e vie di comunicazione. Incendiano alpeggi e bivacchi, rifugi e baite. Dove non arrivano bombardano. Le zone lontane ed impervie vengono martoriate.
I contingenti partigiani si disperdono nella valle, ma vengono intercettati. Un drappello è annientato nei pressi della Laurasca, tutti morti. Un secondo gruppo cerca di raggiungere Orfalecchio per recuperare armi e munizioni. Non ci arriveranno mai. Molti cadranno, altri riusciranno a fuggire.
I partigiani sono sfiniti, affamati e con poche munizioni.
Inizia il rastrellamento.
Molti saranno fucilati, altri gettati vivi nei burroni, alcuni sopravvivranno con grande spirito di adattamento alle condizioni peggiori che la vita ti possa proporre.
Il 20 giugno i nazifascisti fucileranno 43 partigiani a Fondotoce, tra di loro, miracolosamente, uno si salverà!
Il 23 giugno presso il cimitero di Finero vengono allineati e fucilati 15 persone; anche in questo caso una persona si salverà dal fuoco tedesco.
Il 27 giugno si conclude il rastrellamento della Valgrande con la fucilazione di 9 combattenti della montagna presso Beura.
Due mesi di terrore, dove la natura umana ha toccato uno dei suoi punti più bassi.
Nel buio assoluto una figura emergerà.
Una donna, il suo nome Maria Peron.

Nasce, contadina, nella provincia padovana. Rimane orfana di padre in tenera età. Appena possibile la famiglia si trasferisce a Ravenna, dove Maria frequenta e si diploma ad una scuola per infermieri. Dal 1940 lavora all’ospedale Niguarda di Milano assistendo in sala operatoria.
L’ 8 settembre del 43 le cambierà la vita. Pochi giorni dopo entra nella resistenza milanese collaborando al salvataggio di molti ebrei ed antifascisti detenuti a San Vittore.
L’esperienza a Milano non dura molto. Nell’aprile del 1944 la rete antifascista operante all’ospedale Niguarda è scoperta.
Maria scappa.
Si rifugia in Ossola, dove entra in contatto con la formazione partigiana “Valdossola”. Sarà la prima donna ad unirsi ai partigiani combattenti dell’Ossola.
Nel duro periodo della resistenza in Ossola si occupa di organizzare infermerie di fortuna nella valle, ma con l’inizio del rastrellamento si dedica al lavoro di staffetta per il trasporto di viveri e medicinali.
Si aggira per la Valgrande con una divisa verde, riciclata, chissà dove, da equipaggiamento militare.
Sulla divisa una grande croce rossa.
Si adopera per tutti!
Cerca di compiere il possibile e l’impossibile. Cura feriti in situazione estreme, che solo chi ha frequentato la Valle può, lontanamente, concepire.
Riesce in interventi impossibili!
Compie una laparotomia, ossia un’incisione chirurgica dell’addome che consente l’accesso agli organi interni, in un fienile al lume di una candela!
I guanti non erano in dotazione.
I ferri per compiere l’operazione, pochi e malridotti.
Eppure ci riesce..
Sono giorni interminabili. Il sonno non è concesso.
Il fuoco nemico è ovunque.
I nazifascisti controllano la valle.
Bombardano, sparano, colpiscono il loro nemico.
Maria corre. Si adopera.

E’ talmente presente nella vita della valle che viene promossa sul campo.
Finirà la sua attività da combattente come medico di brigata.
” Malgrado i rischi non sparai mai un colpo”.

BIBLIOGRAFIA

Foto 1: Tessera da partigiana combattente
Foto 2 e 3 : Attività sanitaria tra i partigiani della Val Grande. L’infermiera Maria Peron ricostruisce un episodio di cura ai feriti, foto ISR Novara, da A. Mignemi, Storia fotografica della Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1995.

Foto 4: Ricostruzione delle cure prestate da Maria Peron nel corso di un combattimento sui Monti del Verbano, foto di ISR Novara,  da A. Mignemi, Storia fotografica della Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1995.
Foto 5: L’infermiera \”Maria\” in attività nella zona del Verbano. Malgrado l’assenza di attrezzature e il continuo stato di emergenza \”Maria\” salvò la vita a molti partigiani, da M. Fini, F. Giannantoni, R. Pesenti, M. Punzo, Guerriglia nell’Ossola, Milano, Feltrinelli, 1975
Foto 6: L’infermiera Maria Peron tra i partigiani sulle montagne della Valgrande.

Voglio ringraziare Paola Vozza e Fabio Copiatti per il materiale fotografico. Grazie!

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