Il prete che amava le vipere

Questa è la storia di un personaggio fuori dal comune.
Le fotografie riportate all’interno dell’articolo si riferiscono alla chiesa di Croveo, provincia di Verbania, ed inquadrano il monumento dedicato a questo prete \”particolare\”.
Mi chiamo Amedeo, Don Amedeo Ruscetta. 

Sono nato poco dopo l’unità d’Italia. 
Ho speso molta della mia vita in questo angolo di mondo chiuso tra la Svizzera e l’Italia, dove vivere non è mai stato semplice. 
La descrizione che ho sempre dato di me stesso è quella che potete leggere sulla lapide della mia tomba: Sacerdote Amedeo Ruscetta, viperaro parroco di Croveo, operoso leale faceto ed ospitale, maestro piacevole di fede e scienza, attraverso la natura, a Dio portò popoli e fedeli.
Avete letto bene, non vi siete sbagliati: viperaro, anche se oggi mi potreste chiamare viperaio. Ho dedicato quasi tutta la mia vita a Dio ed alla natura, anzi meglio a quella parte di natura spesso ripudiata per ignoranza o paura: le vipere. 

Dovete capire che la vita in montagna non è mai stata facile, in particolar modo su queste montagne, dove i giovani per tirare a campare facevano i contrabbandieri, per pochi soldi, con tutti i rischi che quel lavoro comportava. 
Siccome sin da bambino ho amato le vipere, ho imparato a maneggiarle in modo corretto. 
Nel periodo tra le due guerre ho deciso di insegnare ai giovani del paese l’arte del viperaro, non per puro diletto ma perché alcuni istituti sieroterapici avevano bisogno del veleno, estratto dalle vipere, per la produzione del siero antivipera. 
Insegno come catturarle, come maneggiarle al fine di non essere morsi: quando ne catturiamo in buona quantità, le raccogliamo in un bidone e le spediamo ai vari istituti di Milano e Parigi: tale attività è una buona rendita per il nostro piccolo paese. 
Come dicevo prima la passione nasce da lontano, sin da quando ero bambino: in tenera età girovagando tra boschi, a caccia di nidi, ne trovai uno con dentro tre vipere: decisi di afferrarle, di aprigli la bocca per fare la conoscenza dei loro denti. 
Un’altra volta mi sono presentato ai miei genitori con un serpe arrotolato intorno al collo che aveva appena mangiato un uccello; per la gioia dei miei cari decido di aprirlo per confermare la mia teoria: infatti nella pancia d’era un merlo. 

Ricordando la mia infanzia insegno l’arte ai giovani del paese la domenica dopo la funzione religiosa: esco sul sagrato e chiamo a raccolta giovani volenterosi di guadagnare qualche soldo, libero un paio di rettili, ne catturo uno e lascio libero l’altro. Chiamo il giovane a ripetere le mie mosse, se questo prova ribrezzo lo rimando tra le file degli astanti, se invece lo cattura con disinvoltura capisco che un altro serparo è nato. 
Ho cercato di spiegare ai ragazzi del luogo che andare per vipere deve essere visto come un gioco senza eccedere in confidenze con i rettili, perché il fatto di abbassare la guardia potrebbe essere pericoloso.
Vi lascio con le tre regole che per me sono state fondamentali per l’arte del viperaro: la prima è quella di saper riconoscere le vipere. La seconda è quella di saper toccare la vipera con decisione: se la vipera striscia la si può prendere per la coda, ma mai farlo quando la vipera è arrotolata, perché in quel caso è pronta per mordere. La terza regola è quella di avere una grande pazienza: può capitare di girare per ore senza trovarne una.

Questa è la breve ma intensa storia di un personaggio particolare,  che ha arricchito la vita e l’immaginario di questo angolo di mondo chiuso tra il monte Cervandone e la chiesa dedicata a san Gaudenzio a Baceno.

Fabio Casalini 

BIBLIOGRAFIA

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