Il cuore medievale di Colmar

Tempo di lettura: 5 minuti

Colmar, antica città libera del Sacro Romano Impero, figura tra le dieci città della Decapoli d'Alsazia....
Colmar si trova ai piedi del massiccio dei Vosgi. È la terza città dell’Alsazia e la seconda del dipartimento dell’Alto Reno, dopo Mulhouse. Colmar, benché situata in una zona di clima semi-continentale (come il resto dell’Alsazia, della Lorena e della Franca Contea) è la città più secca di Francia. La media delle precipitazioni è di 53 cm (530 mm) all’anno, anche se va notato che spesso viene registrata una piovosità superiore. In effetti, alcuni dati si basano sulle cifre fornite da Météo-France, che sono in realtà quelle rilevate alla base aerea di Colmar-Meyenheim, distante una ventina di chilometri e soprattutto situata ai piedi dei Vosgi. Questo fenomeno si deve al fatto che Colmar è situata ai piedi della parte più alta dei Vosgi: le nuvole, bloccate dalle creste dei monti, riversano la maggior parte della loro acqua sul versante della Lorena, lasciando Colmar a secco.
Addentriamoci brevemente nella storia di questa deliziosa cittadina. Colmar (dal latino columbarium), antica città libera del Sacro Romano Impero, figura tra le dieci città della Decapoli d’Alsazia. Divenne francese nel 1648 a seguito del Trattato di Vestfalia. Nel 1789, contava 11.000 abitanti. Dopo l’annessione all’Impero tedesco, successiva al Trattato di Francoforte (10 maggio 1871), divenne il capoluogo del distretto dell’Alta Alsazia, all’interno del Reichsland dell’Alsazia-Lorena, e rimase tale fino alla firma del Trattato di Versailles (28 giugno 1919) che mise fine alla I guerra mondiale. Colmar rimase francese fino al 1940, con l’annessione dell’Alsazia al Terzo Reich durante la II guerra mondiale. Il 2 febbraio 1945, Colmar fu l’ultima città alsaziana ad essere liberata dall’occupazione tedesca, dopo una lunga resistenza della sacca di Colmar.
La città è un vero complesso urbanistico medievale che possiede numerose costruzioni antiche, soprattutto a graticcio, tipiche dell’architettura alsaziana. Inoltre conserva monumenti di prim’ordine, tra cui la Collegiata di San Martino. Già prima dell’anno Mille in questo luogo sorgeva una Prepositurale in stile tardo-carolingio, dipendente dall’Abbazia di Munster, con abside quadrata, transetto di 19 metri per 8 e una navata lunga 15 metri. I suoi resti vennero rinvenuti attraverso gli scavi del 1982, insieme a quelli di una seconda chiesa, successiva, in stile romanico.
Papa Gregorio IX, attraverso una bolla pontificia del 1234 la eleva a collegiata, pur mantenendola sempre sotto l’autorità dell’Abbazia di Munster. Così nel 1237 si intraprese la costruzione di un nuovo e più ampio edificio in stile gotico, l’attuale, eretto su progetto dell’architetto Guglielmo di Marburgo e terminato verso il 1365-66. Il cantiere ebbe inizio dal transetto, seguito dal piedicroce e dai due campanili della facciata (di cui il sinistro rimasto incompiuto) e terminato con l’erezione del coro.
La facciata principale, tripartita da pesanti contrafforti, presenta un bel portale duecentesco con i rilievi del timpano raffiguranti l’Adorazione dei Magi e il Giudizio universale. Un altro mirabile portale è quello, gemino, che si apre sulla fronte del transetto destro, con rilievi e sculture incentrate su San Nicola. Risalente al XIV secolo riporta la firma di Maistres Humbret. Altri importanti monumenti cittadini sono la Vecchia Dogana, Ancien Douane, la Casa Pfister, tipico edificio eretto nel 1537 ed il Museo d’Unterlinden che si trova all’interno del Monastero delle Domenicane. Il museo ospita, tra gli altri capolavori, un tesoro dell’arte religiosa occidentale, l’Altare di Issenheim di Mathias Grünewald.
L’Altare d’Issenheim costituisce l’opera più importante eseguita da Matthias Grünewald. Si tratta di una sorprendente “macchina d’altare” fatta di ante fisse ed ante rimovibili, che possono assumere tre diverse configurazioni.
Committente dell’opera fu l’abate del monastero di Issenheim, Guido Guersi. Essa era destinata alla preghiera dei monaci antoniani, e dei tanti malati (soprattutto quelli sofferenti del “Fuoco di Sant’Antonio”) che erano pietosamente accolti nel monastero.
Il modo migliore per capire il dipinto è quello di affidarci alle parole di Guido Guersi: “Una peregrinazione in contrade remote e terribili….immaginatevi contro il più nero cielo notturno, una figura luminosissima, quasi dissolta in un alone ardente, che sembra sul punto di erompere dal quadro per piombare su chi la osserva.
 
Fabio Casalini

BIBLIOGRAFIA

CONDIVIDI

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su pinterest
Condividi su whatsapp
Condividi su email

COMMENTI

ARTICOLI CORRELATI

Le nostres storie direttamente nella tua mailbox