Il Catinaccio e la leggenda di Re Laurino

Tempo di lettura: 5 minuti

Esistono due nomi originari, relativi ai due versanti della catena che funge da confine linguistico tra il mondo ladino e quello germanofono....

Partenza dal lago Maggiore in nottata, circa le quattro.
La strada da percorrere non è molta.

Arriviamo all’uscita di Bolzano intorno alle otto del mattino.
Caffè e sigaretta sono obbligatorie per avere immediate sensazioni del luogo.
La strada che attraversa la val d’Ega per salire al passo di Costalunga è poco trafficata.
Percorriamo i trenta chilometri in meno di 40 minuti.
Alle nove siamo in vista del complesso del Catinaccio, che ci accoglie ancora innevato.
Alla sua destra il maestoso complesso del Latemar con le sue guglie e pinnacoli a farci da anfiteatro.
La vista dal passo è mozzafiato, spazi dalle vette principali delle Dolomiti, alle minori e poco conosciute. Il cielo è limpido come poche volte nella vita.
Lo spettacolo del Catinaccio è di quelli che solo le Dolomiti possono offrire.
Ma questa montagna ha qualcosa di strano.
Qualcosa di misterioso e di poco conosciuto.
Andando da sempre alla ricerca delle leggende delle nostre montagne non fatico a capire.

Al passo vi sono bar e ristoranti che offrono tranquillità e qualche bicchiere di buon vino.
Essendo ora di pranzo decido di abbandonarmi alle delizie della tavola.

Il pranzo rappresenta una di quelle volontà aleatorie che risiedono nel nostro essere: per me ora di pranzo va da mezzogiorno a mezzogiorno e pochi minuti….
Trovo un avventore che ha voglia di parlare e di raccontare, non tocca che offrirgli un bicchiere di rosso buono. 

I sigari purtroppo sono in macchina ed il nervoso veneto (come si è definito lui…) non riesce a fermarsi.

Non ho il tempo neppure di estrarre il mio notes da viaggio, il veneto non lo ferma neppure una slavina…..
Ora quello che vi riporto è l’esatto racconto che ho ascoltato.
Per dovere di cronaca abbiamo pagato più di vino e birra che di cibo, e non abbiamo mangiato poco, anzi, per concludere il pranzo l’amico che mi accompagnava ha chiesto persino le acciughe in salsa….a 1700 metri.

Le raccolgono nel Lago di Carezza?
Lasciamo alle nostre spalle questi non necessari ma simpatici particolari ed addentriamoci nello strano miscuglio tra storia e leggenda.
Esistono due nomi originari, relativi ai due versanti della catena che funge da confine linguistico tra il mondo ladino e quello germanofono. Quello ladino, “Ciadenac”, “Catenaccio”, costituisce anche la base della forma italiana più recente ed è da riferirsi, secondo Karl Felix Wolff alla ghiaia dolomitica tipica della catena. L’altro nome, quello tedesco di “Rosengarten”, in uso dal versante sudtirolese, è attestato già dal XV secolo (1497 Rosengarten, 1506 Kofl am Rosengarten), ed è riferito alla leggenda del mitico Re Laurino e pertanto di carattere eziologico, volendo dare una spiegazione al fenomeno dell’enrosadira. La saga del giardino ha anche dato il nome al cosiddetto Gartl (la zona ghiaiosa centrale della cima più alta) che da lontano appare come zona bianca, perché spesso imbiancata di neve già nelle stagioni intermedie.

Il veneto nervoso, di cui mai abbiamo saputo il nome, inizia con voce soffusa:

“La leggenda narra del perché al tramonto le dolomiti si tingano di rosa (fenomeno conosciuto come enrosadira, cioè diventare di colore rosa). La leggenda prende spunto dal fatto che sotto il gruppo dolomitico del Catinaccio ci fosse il famoso giardino delle rose di re Laurino (il nome tedesco del gruppo è rosengarten, letteralmente giardino delle rose). Laurino era Re di un popolo di nani, la cui unica attività era quella di scavare nel cuore delle montagne per trovare oro, argento ed altri metalli preziosi. Il re oltre a queste ricchezze possedeva due armi magiche un cappello che lo rendeva invisibile agli occhi degli uomini ed una cintura che gli dava una forza pari a quella di dodici uomini. Un giorno di maggio un principe degli uomini invitò ad una gita sotto il catinaccio tutta la nobiltà per enunciare il prossimo matrimonio della propria figlia; invitò tutti tranne Re Laurino, che decise di partecipare ugualmente come ospite invisibile; quando Laurino vide la figlia del principe se ne innamorò all’istante e la rapì. Tutti gli ospiti si lanciarono all’inseguimento, il Re decise di indossare allora la cintura che gli donava forza, ma non riuscì a sconfiggere gli uomini che riuscirono a sopraffarlo proprio all’ingresso del giardino delle rose: Laurino si girò verso il Catinaccio e lanciò una maledizione: ne di giorno ne di notte nessun uomo potra’ più ammirarti. Si dimenticò l’alba ed il tramonto……..”

Bellissima.
Aggiungere altro non avrebbe senso.
Le leggende della montagna riescono sempre a catturare l’attenzione, a farti vivere in prima persona le emozioni raccontate.

Fabio Casalini

BIBLIOGRAFIA

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